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LAMBCHOP recensione
LAMBCHOP LAMBHOP
AwCmon / No, You C'mon recensione |
label: City Slang / Extra Labels (2004)
formato: CD
genere: slow rock
Alternative Country-Rock, Chamber Pop
riferimenti: Burt Bacharach, Scott Walker, Barry White
links: http://www.lambchopmusic.com/
voto: 8 |
Alt-country, si disse per incasellare
il suono di questa (big) band di Nashville, e forse non ci
sbagliva poi di tanto, visto che Kurt Wagner, leader storico
del gruppo, mai ha negato l'influenza delle radici storiche
americane sulla sua musica; proprio lui che da Chicago si
è trasferito nella patria di quel suono.
Si parlò poi addirittura di soul del "3° millennio"
quando i nostri diedero alla luce il capolavoro Nixon, per
poi smentire tutti con le melanconiche ballate di "Is
a Woman".
Bene, ora che l'attesissimo nuovo album è uscito non
è più possibile darne una collocazione di genere
e non rimane che constatare l' evidenza di essere di fronte
ad una band che ormai fa genere, essa stessa.
Per rendere un po' più semplice la lettura di un' opera
decisamente molto complessa ( non foss'altro per il volume:
doppio disco per un totale di 24 canzoni) se ne potrebbe parlare
come di naturale anello di congiunzione tra gli ultimi due
album dei Lambchop.
E qui forse risiede uno dei pochi motivi di debolezza del
disco: ovvero, mancano quegli anthem dall'appiglio indelebile
che caratterizzavano "Nixon" (Up with people su
tutte) e forse mancano anche quelle struggenti e sofferte
ballad di "Is a Woman".
La maturità artistica di Wagner e il periodo evidentemente
molto ispirato hanno dato vita così ad una collezione
omogenea di affreschi quotidiani, di inutili ma vividi momenti
di normalità , ripresi col distacco di un fine osservatore.
Manca forse quel coinvolgimento viscerale che potevamo trovare
nelle opere precedenti, ovvia conseguenza di un'approccio
alla vita più solare, positivo, primaverile.
Il risultato, come detto, è una raccolta di quadretti
( che potremmo definire impressionistici, alla Carver ), che
ormai punta alla classicità, alla tradizione, ed è
per questo che si sono scomodati i nomi di Burt Bacharach
e Scott Walker, per esempio. Scorrendo le tracce si toccano
anche le corde di un Leonard Cohen, o di un Nick Drake particolarmente
solare, ma anche alcuni passaggi più indie-rock ( esemplare
è Nothing adventurous please ).
Se proprio bisogna fare delle distinzioni si può dire
che nel primo, dei due dischi, dominano tonalità più
sommesse, e che nel complesso è più omogeneo,
mentre il secondo pare più vario e brioso. I picchi
dell' opera vanno cercati nelle varie Four pounds in two days,
Steve Mcqueen, Something's going on, I hate candy (della prima
parte) o in There's still time, About my lighter, Listen,
anche se il livello qualitativo è particolarmente alto
in tutto l'album. Qualche caduta di tono si registra nei vari
strumentali che non paiono sempre così ispirati e rischiano
di rendere il tutto un po' noioso, ma in fondo possiamo perdonare
questo piccolo vizio di forma ad un'opera che proprio in questa
sua definizione totalizzante ha il suo fascino maggiore, che
a suo modo rappresenta un capolavoro, o se preferite un classico. |
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