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LEONARD COHEN
The Songs of Leonard Cohen

label: Sony/Legacy (1967) - remastered (2007)
formato: CD - 12 tracks
genere: folk
riferimenti: Patti Smith, Tim Buckley, Nick Drake, Tom Waits
links: http://www.leonardcohen.com/
voto: 9

Quando penso alla musica di Leonard Cohen la prima cosa che mi soggiunge è un delicato arpeggio che culla dolcemente verso l’oblio, un arpeggio pregno di una tristezza abissale eppure secco e vibrante sul quale si posa, come un avvoltoio su una carcassa, quella voce greve ma suadente che pare scolpita nell’oscurità di una notte senza fine. E poi quelle liriche dotte e aggraziate che seguono i sentieri impervi di un calvario eterno, di un continuo anelare per la salvezza; quei versi cupi ma dai quali, a tratti, sembra si riesca ad intravedere un bagliore di luce, un pallido riflesso di quella verità irraggiungibile che ossessiona e conduce alla follia. Il senso di solitudine assoluta che promana dalle sue canzoni possiede una qualità trascendente ed irreale che è ben diversa, ad esempio, dalla sofferenza urlata, quasi fisica che anima l’arte di Neil Young. Laddove in quest’ultimo arde il fuoco di un inferno che consuma lo spirito e lascia soltanto le ceneri di un diperato autismo, Cohen sembra sublimare il proprio dolore situandosi in una dimensione atemporale - anche sotto il profilo prettamente musicale - nella quale esso si tramuta in meditazione sconsolata sul tragico destino umano (in questo senso risultando più affine a Nico, seppur con le dovute ed ovvie differenze). Cohen, insomma, sembra astrarsi dalla realtà per conferire alle proprie storie un tono leggendario, nel tentativo di distanziarsi dalla materia e non lasciarsi assorbire dal vortice di paure e sensi di colpa che, in fondo, sono i capisaldi della sua poetica.
Fatto sta che, quando m’immergo nei solchi del suo splendido - e storicamente imprescindibile - album d’esordio, mi trovo faccia a faccia con un poeta esistenzialista che di volta in volta, si veste della grazia rinascimentale di un trovatore medioevale e della malinconia affascinante di uno chansonnier parigino, il tutto in un’atmosfera che ha l’austerità e la sacralità di una messa. E’ singlare che uno dei più grandi singer-songwriter americani sia così distante da quelle che sono i tipici riferimenti del cantautorato a stelle e strisce (del tutto assente il blues, il rock sembra non essere mai esistito, il folk è presente solo per vie traverse e all’esuberanza del gospel viene preferito il tono solenne dei canti gregoriani) e guardi, invece, ad una tradizione musicale prettamente europea. Questo perché, come già detto, Cohen ha l’ambizione di ambientare le sue storie in un paesaggio sonoro “altro”, che contribuisca a conferire loro un alone mitico e renderle così parabole evangeliche di peccato e redenzione. La sua chitarra classica (piccola digressione: nessuno ha mai notato la difficoltà d’esecuzione di molti arpeggi coheniani? Quando il finger-picking aumenta di velocità Cohen comprime in tempi lentissimi una notevole capacità di resistenza e precisione e, nonostante gli accordi siano semplici, si dimostra assai abile nelmaneggiare le dinamiche tutt’altro che accomodanti dell’accompagnamento) si fa portavoce di un suono leggero e impalpabile, che acquista spessore grazie all’accortezza di arrangiamenti misurati e preziosi, spesso basati su pochi strumenti scelti con cura (sonagli, campanelli, archi, chitarra acustica, celesta, fisarmonica, tromba, una voce femminile che ingentilisce il tono profondo e virile del suo canto) con la funzione di sedare i moti dell’animo ma che, paradossalmente, spesso amplificano la sensazione di smarrimento che si respira nelle composizioni.
Da queste considerazioni la figura che emerge è quella di un artista quanto mai attento alla forma, capace di porre sullo stesso piano testi e musica e che, anzi, cura con un’attenzione maniacale l’aspetto sonoro delle sue canzoni. E’ naturale così che Songs of Leonard Cohen (1967) sia non solo il suo capolavoro, ma uno dei più grandi capolavori del genere in questione. Lo si percepisce subito a partire dall’iniziale “Suzanne” che, con una delle melodie più sublimi e commoventi mai create (enfatizzata da archi discreti e da un meraviglioso coro femminile), tratteggia la figura femminile per eccellenza (assieme alla “Sad-Eyed Lady of the Lowlands” di dylaniana memoria): la ragazza dolce, eccentrica ed un po’ pazza che chiunque vorrebbe incontrare, anche solo per poter viaggiare con lei, per poter sfiorare la sua luce e vivere del suo respiro. Questa non è una canzone, è un’esperienza mistica, un puro incanto dalla prima all’ultima nota. La stessa magia traspare da quel fiore delicato che è “Sisters of Mercy” (un carillon impreziosito da una fisarmonica e da campanelli squillanti) e dall’indescrivibile malinconia che pervade il paesaggio innevato di “Winter Lady”, altro ritratto femminile misterioso e fiabesco, una ninna nanna che vive dei sottili ricami di un flauto e deilontani accordi di una celesta. Esuberanza e gioia trasudano invece da quella vivace serenata (con tanto di violino) cantata a squarciagola che è “So Long, Marianne”, uno dei momenti più giocosi e divertiti dell'intero album.
Altrove però le atmosfere si fanno decisamente insane ed ombrose, e allora Cohen veste i panni di principe delle tenebre che mette in bella mostra il suo fardello di tormenti interiori : si ascoltino, a tal proposito, la scheletrica “The Stranger Song” in cui quella voce profonda come un abisso è nuda e sorretta soltanto dal vorticoso lavoro alla sei corde; la crudele e sadica “Master Song”, impostata su un refrain di contrabbasso e sull’alternarsi di archi sinistri, trombe agghiaccianti, i lamenti di una chitarra tremolante e i fraseggi di un organetto; la delirante educazione sentimentale di “Teachers”, quasi il farneticare di un folle perso fra allucinazioni terrificanti; la desoazione tragicomica di quella meravigliosa spirale armonica che è “One Of Us Cannot Be Wrong”; la suprema “Stories Of The Street” (forse l’apice del suo pessimismo esistenziale), una melodia che gela il sangue e uno dei suoi testi più visionari e poetici, di un’ìntensità quasi biblica.
E’ mia opinione che Cohen non riuscirà più a ripetersi sugli stessi livelli del suo esordio, anche se il plumbeo Song Of Love And Hate (1971) è su alti livelli ed annovera forse le sue elucubrazioni più paranoiche e maniacali, mostrandoci un uomo sul baratro della pazzia e ad un passo dal suicidio (si vedano “Avalanche”, “Last Man’s Year”, “Love Calls You By Your Name” e “Dress Rehearsal Rag”). Così facendo, però, la musica di Cohen sacrifica la qualità delle melodie e perde la sua magia ancestrale per farsi puro e semplice urlo di disperazione(comunque non privo di fascino). Fatemi un favore: se sciaguratamente non avete ancora ascoltato Songs of Leonard Cohen (cosa che già in sé mi sembra impossibile per un vero appassionato di musica) provvedete immediatamente. Se invece, come me, lo amate da una vita e non potete farne a meno, beh, non posso fare altro che stringervi - idealmente - la mano: un disco del genere regala emozioni senza parsimonia.
invia la tua recensione Matteo Losi
  maggio 2007
 
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