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LIARS recensione LIARS
LIARS LIARS
They Were Wrong, So We Drownedensione
Soundsystem |
label: Mute (2004)
formato: CD
genere: rock
riferimenti: Les Savy Fav, The Apes, Ex Models, Panthers,
Kill Me Tomorrow, Giddy Motors, Fire Show
links: http://www.liarsliarsliars.com/
voto: 9 |
Ricordate come il giovane Holden
Caulfield, cannando in maniera clamorosa il verso di una poesiola
di Robert Burns finisce col dare il titolo allo stesso libro
che lo ha reso un piccolo culto? Beh, lo stesso è successo
ai Liars; piccolo culto compreso, presumibilmente. La leggenda
vuole che il cantante, e praticamente 50% della band, Angus
McAgnew, digitando su Google "Broken witch", papabile
titolo per una delle canzoni in rodaggio, abbia commesso l'errore
di scrivere "Brocken", vedendosi così apparire
un fottio di pagine relative alla stregoneria, che vede il
suo massimo momento di culto nella notte di Valpurga (30 Aprile),
con megameeting, guardacaso, sul monte Brocken in Germania.
La stessa leggenda, ovviamente, non potendo rimanere che sopra
le righe, vuole che la scoperta di tutto questo sia avvenuta
nella casetta isolata del cantante, vicino a boschi di Blairiana
memoria, proprio nella notte tra il 30 Aprile e il 1 Maggio.
Al signor Liar la coincidenza è sembrata quanto mai
un buon, o cattivo, segno e quindi alle streghe, alla loro
oppressione dalla parte delle altre persone e al loro positivismo
magico ("I don't longer wanna be a man / I wanna be a
horse / Give me a tail") ha dedicato l'intero disco.
Ora, sarebbe poco professionale dire che basta già
questo a comprare il disco a scatola chiusa, anche se io l'avrei
fatto immantinente; a onor del vero, e a simulare una professionalità
già sconfessata, a me il disco è capitato in
mano da completamente ignaro di tutto ciò, ma in seguito
a folgorazione dal loro esordio di ormai un anno e mezzo fa
"They throw us all in a trench and stuck a momument on
top"; e quindi, uscendo dalla leggenda, mi addentro nel
disco.
Molti hanno detto, non a torto, che il nuovo disco dei Liars
è la diretta continuazione dell'ultima canzone del
precedente, e trattandosi in questo caso di un brano di 30
minuti di gorgheggio elettronico in loop c'è di che
rimanerne sconcertati: niente paura, è vero che il
viaggio assume tinte grigie, che l'aria è fredda, ma
lo scenario che si manifesta è sicuramente dei più
intriganti.
Si parte senza grosse riserve con un ritmo secco che guiderà
l'intera traccia, e Angus attacca con un mantra cantato senza
troppo trasporto, rendendo quasi tangibile il proprio strabismo,
fisico ed esistenziale. Già qui abbiamo davanti metà
degli ingredienti del disco: quell'attitudine svariona dei
Liars che in una New York insopportabilmente eccessiva e chiassosa
e modaiola, si sanno ritagliare il loro cubicolo di stramberia;
e quindi una trance consapevole, schiva ed ubriaca, lontana
da sguardi mani e sorrisi compiacenti. L'altra metà
della miscela invece si palesa pochi minuti dopo, nello sfociare
da trance a rapimento estatico: ed ecco l'euforia per la già
detta trasmutazione equina, il fare i bagagli per il sabba
del singolo "There's always room on the broom",
che fin dal titolo si è un invito alle streghe/kids
di underground troppo affollati a invadere le dance hall e
a portare allo scoperto il loro essere storto. Ad amalgamare
questi due ingredienti lontani nell'estetica, ma legati da
mutua consequenzialità, altri brani, sul delirio di
chi si lancia sul diverso ("
If you're a witch you
will drown
" in "They Took 14 For The Rest
Of Our Lives"), tribalismi da gran falò ("Hold
Hands And It Will Happen Anyway"), ma anche momenti elettro-minimali
di drones quanto mai asciutti. Un'elettronica peraltro che
non nasce da sintesi sonore o da macchinari, ma da effetti
su strumenti, voci e fonti sonore di vario tipo, una processazione
del tangibile e reale, che viene trasfigurato dai diottri
allucinati di marchio Liars, come nell'autodescriventesi "The
book that wrote itself", interamente sviluppato su una
matita che scorre.
E alla fine tanto per confondere le acque una canzoncina da
pifferaio magico, un walzerino in downtempo tra Kurt Weil
e la più stretta egida elettronica, e che chissà,
forse anticipa quello che sarà il prossimo lavoro del
gruppo.
Il tutto potrà sembrarvi freddo, e sicuramente scarsamente
pervaso da quella grinta e dalla botta che caratterizzava
il primo disco. Di sicuro i riferimenti si sono spostati,
sostituendo il phunk dei Gang of Four o ESG con strutture
ritmiche più vicine ai Throbbing Gristle o ai primi
Neubatuen, mentre il cantato perde quell'aggressività
superficiale per abbracciare tutti gli slanci alienati ed
alienanti di casa Lydon ai tempi dei PIL.
Si potrebbe discutere poi se tutto questo sia una manna dal
cielo, che svincola i Liars da revivalismi rock 'n' funk,
portati da Strokes e Rapture agli estremi dello stagnante,
oppure se i Liars abbiano messo a segno un colpo preciso,
che li rende unici nell'allegramente variopinto cielo notturno
newyorkese: per la scarsa professionalità di cui sopra
forse ho fatto trapelare da che parte sto, ma ciò non
toglie che il nuovo Liars è una botta che non usa gli
stilemi della botta, hype che se ne frega dell'hype, figo
pur lasciando i fighi a farsi le loro storie, insomma, l'occhio
più strabico del rock'n roll. |
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