E' fine 2002 quando pochi giorni
prima dell'uscita del loro disco d'esordio,
alla festa di Rough Trade a Milano vedo live i Libertines.
Suonano 40 minuti
e molti fanno facce schifate. Io quella stessa settimana nel
corso delle
altre sere vedrò live Coldplay, Queens Of The Stone
Age e Oasis. Niente mi
farà girare la testa come quei 40 minuti. Suoni confusi
e ruvidi che sembrano far apparire sul palco a rotazione astratti
special guest del calibro di Kinks, Jam e Smiths su tutti.
Pochi giorni dopo usicrà "Up the braket"
e, manco a dirlo, non deluderà minimamente le mie aspettaive.
Segue un anno emmezzo di pausa in cui la coppia Pete&Carl
si impegna non poco per finire a cadenza settimanale sui maggiori
quotidiani inglesi. Tutti a seguire le vicende della formidabile
coppia da telenovela Pete&Carl e quasi ci si dimentica
che questi stessi ragazzi hanno sfornato un esordio che profuma
già di classico.
Insomma droga (con la D maiuscola), furto con scasso, incidenti(con
in mezzo un ottimo singolo come "Dont look back into
the sun", che non apparirà su nessun disco, e
un paio di collaborazioni) e, si teme, tanti saluti a tutti.
Invece ecco fra le mani altre 14 tracce della band attualmente
più chiacchierata in Inghilterra, curate da Mr. Mick
Jones, che aveva anticipato tutti dichiarando: "Un
disco bello come questo esce una sola volta ogni generazione.
Lo avete avuto con i Clash e adesso è il turno dei
Libertines". Si parte con "can't stand me now",
primo singolo estratto, e questo e i primi tre brani in
generale scorrono via lisci nella loro piacevolissima semplicità
pur non sconvolgendo per intensità.
E' quando si arriva a "the man who would be king",
con l'auto-plagio iniziale della loro precedente "tell
the king", che si capisce il vero potenziale di questo
gruppo. Pura poesia. Da rimanere schiacciati.
Si continua con "music when the lights go out",
un'ottima ballata acustica in puro stile Libertines. I ritmi
poi tornano alti con "narcissist" e "ha ha
wall", uno dei migliori episodi dell'album.
Deliziosa inoltre "what katie did" che,come per
altre canzoni dell'album, avevamo già avuto la fortuna
di ascoltare mesi fa in versione demo su alcune session
che pete metteva in rete per i fan.
I Libertines nonostante una ventina di mesi di ordinaria
pazzia e sconvolgimenti riescono a sfornare un ottimo disco
almeno all'altezza di "Up the braket".
Molti hanno criticato gli Strokes e il loro "Room on
fire" per essere una copia esatta del loro primo venuto
"Is this It". Stessa cosa si potrebbe fare per
i Libertines che di certo non abbondano, in questo loro
secondo capitolo, in sperimentazione e originalità.
La differenza sta tutta nel fatto che questo disco è
talmente pieno di deliziose melodie e piccole perle che
ogni critica sarebbe inutile. In questo caso l'unico augurio
è che continuino a sfornare album di questo livello.
|