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LOW recensione LOW The Great Destroyer LOW
The Great Destroyer recensione LOW
label: Sub Pop (2005)
formato: CD
genere: post-rock, dream pop
riferimenti: Ida, Coastal, Piano Magic
links: http://www.chairkickers.com/

Chi sia The Great Destroyer dei Low, già cantori di un pilota morto, è forse dato saperlo solo a chi ha una vista tale da leggere tutte le indecifrabili note di copertina che narrano la storia sovrumana di una madre, di due e padri e dei loro due figli. Probabilmente il nome del grande distruttore resterà segreto. Come resterà segreto il nome del fratello, The Silver Rider, il cui compito è compiere il bene. E’ chiaro però che dopo avere costruito per anni una famiglia felice e armonie celestiali e tristi, di quella tristezza di lunghi pomeriggi invernali passati in casa alla luce artificiale, i Low esprimono ora un’urgenza, non so se distruttiva ma sicuramente più caustica: sono più cattivi, si è detto con non poca esagerazione che il sadcore si sia fatto decisamente rock; dove riesce loro, dico io, perché è impossibile rinnegare la propria natura, come quello scheletro vorticoso e insanguinato disegnato nel libretto è in contraddizione con i pallidi acquerelli che li ritraggono così delicatamente. Perché, pur trovando una nuova formula, si tratta pur sempre dei Low, e meno male. Più che un disco cattivo e diverso è evidentemente un lavoro sulla dualità. Quasi non c’è un pezzo che non sia cantato sia da Alan Sparhawk che da Mimi Parker, le bilanciate armonie vocali sono l’infrastruttura su cui si regge tutto: rumori, feedback, cavalcate di chitarra, pestoni di batteria.
Duale ed estremizzato, non proprio differente dal passato: ciò che era triste si fa ora cupo, ciò che era più sereno appare quasi abbacinante nel suo rumore bianco. Non una svolta, quello che già c’era guardato attraverso un nuovo filtro cromatico, dove il rosso è rosso vivo e il verde si fa blu.

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  febbraio 2005
 
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