Chi sia The Great Destroyer
dei Low, già cantori di un pilota morto, è
forse dato saperlo solo a chi ha una vista tale da leggere
tutte le indecifrabili note di copertina che narrano la
storia sovrumana di una madre, di due e padri e dei loro
due figli. Probabilmente il nome del grande distruttore
resterà segreto. Come resterà segreto il nome
del fratello, The Silver Rider, il cui compito è
compiere il bene. E’ chiaro però che dopo avere
costruito per anni una famiglia felice e armonie celestiali
e tristi, di quella tristezza di lunghi pomeriggi invernali
passati in casa alla luce artificiale, i Low esprimono ora
un’urgenza, non so se distruttiva ma sicuramente più
caustica: sono più cattivi, si è detto con
non poca esagerazione che il sadcore si sia fatto decisamente
rock; dove riesce loro, dico io, perché è
impossibile rinnegare la propria natura, come quello scheletro
vorticoso e insanguinato disegnato nel libretto è
in contraddizione con i pallidi acquerelli che li ritraggono
così delicatamente. Perché, pur trovando una
nuova formula, si tratta pur sempre dei Low, e meno male.
Più che un disco cattivo e diverso è evidentemente
un lavoro sulla dualità. Quasi non c’è
un pezzo che non sia cantato sia da Alan Sparhawk che da
Mimi Parker, le bilanciate armonie vocali sono l’infrastruttura
su cui si regge tutto: rumori, feedback, cavalcate di chitarra,
pestoni di batteria.
Duale ed estremizzato, non proprio differente dal passato:
ciò che era triste si fa ora cupo, ciò che
era più sereno appare quasi abbacinante nel suo rumore
bianco. Non una svolta, quello che già c’era
guardato attraverso un nuovo filtro cromatico, dove il rosso
è rosso vivo e il verde si fa blu.
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