"Lost on the freeway
again
"
Doveva essere bello davvero trovarsi su quelle stesse strade
battute, polverose, perdute, con i Meat Puppets di due decenni
fa. Senz'altro lisergico, e appagante, l'essere accanto
alla band amatissima, tra gli altri, da Kurt Cobain (del
quale ricorrono, e ve ne sarete accorti se siete vivi o
anche solo leggete giornali, i dieci anni dalla prematura
e triste scomparsa), sotto il sole del loro deserto dell'Arizona;
qualcosa, insomma, da provare in tempo reale. Miniera di
musica, tesoro per due decenni di America alternativa, persino
chiave di lettura privilegiata per figurarne certi passaggi
cruciali, i Meat Puppets sono, a bocce ferme ormai, il resoconto
di qualcosa di unico: un ambiente, un suono e una storia.
E con tanto di comune a molto rock alternativo, dalle origini
hardcore al distacco creativo da quest'ultimo, dal recupero
di una tradizione classica nelle innovazioni formali al
passaggio dall'underground a un relativo overground. Quindici
minuti di "Unplugged In New York" con i Nirvana
a parte, però, i Meat Puppets sono rimasti sempre
gruppo di nicchia, da "pochi ma buoni".
"Classic Puppets" è così uno sguardo
retrospettivo rivolto loro momento aureo, svolto tra l'altro
in modo lineare. La raccolta completa innanzitutto il ciclo
Rykodisc dedicato al periodo '81-89, quello più "storico",
cioè, coinciso con la permanenza del trio nelle scuderie
SST; un lavoro già reso consistente dalle "ristampe
+" (integrali con bonus) dei vecchi LP dei Meat Puppets
e dalla pubblicazione di un inedito "Live In Montana"
(1999). Questi "classici" pupi (nel senso di burattini)
di carne così riassunti sono allora l'altrettanto
"classica" ciliegina sulla torta. Non cambia nulla,
ma la torta si può dire perfetta senza ciliegina
finale? Anche solo per decorare, de gustibus
Diciamo innanzitutto che "Foreign Laws" è
il primo brano di una scaletta di ventiquattro, di cui gli
ultimi recano la dicitura "previously unreleased";
"Foreign Laws" che non era nel primo album (datato
1982), bensì nel precedente EP "In A Car"
(1981), ma le note non lo specificano e si capisce allora
come per Rykodisc le due cose vengano a coincidere (la sua
ristampa di "Meat Puppets" contiene anche l'intero
EP in aggiunta). Per mettere insieme in un solo spasmo i
quattordici pezzi dell'album, che andava a 45 giri con una
durata complessiva di 21 minuti, Derrick Bostrom (batteria),
Curt Kirkwood (chitarra, voce) e Cris Kirkwood (basso) presero
acidi che non servivano a sviluppare fotografie e incisero
la cosa in diretta nello studio. L'acido non è nemmeno
l'anfetamina, tant'è, e queste robe da hippies in
viaggio con la corteccia cerebrale si sentono. In H-Eleonore
e Blue Green God più di muscoli e nervi c'è
un gran roteare di orbite, veloci come nei sogni flippati
dalla caffeina di cui racconti il Jim Jarmusch di Coffee
And Cigarettes (montaggio bellissimo con gli scatti della
testa di Bill Murray che vanno a tempo con l'eloquio dei
Wu Tang Clan). Un ictus onirico è questo hardcore
suonato da dei beatnick randagi in preda a crisi epilettica,
tenuti da una camicia di forza in cui sembrano volersi soffocare,
come cani alla catena che con la catena stessa dovessero
quasi strozzarsi. Un'esperienza neurologica. Diversa la
considerazione da fare su Walking Boss, una cover di quelle
che il gruppo suonò solo per ginnastica ma a registratore
lasciato acceso dal produttore, Spot. Su questo presunto
"incidente" potrebbe per assurdo essere fiorita
proprio la prima e più radicale svolta del gruppo.
I Meat Puppets aprivano per i Black Flag prima che a Rollins
e Ginn crescessero barba e capelli, così le chiome
lunghe dei Kirkwood erano il bersaglio di sputi e tiri di
oggetti contundenti da parte di quanti tra gli hardcore
kids (tanti) non gradivano, né capivano; va da sé
che quel genere e quel pubblico andassero via via sempre
più stretti ai tre di Phoenix, finché i Meat
Puppets - che tra l'altro sapevano suonare benissimo, e
Curt Kirkwood sopra tutti - non se ne allontanarono per
tornare a nuove origini. In quel momento smettevano solo
di essere hardcore, non di essere punk. "Meat Puppets
II" (1983), allora, riscopriva il country, il tex-mex,
il bluegrass da un'altra sponda, una sponda non classica,
un sponda ancora da definirsi alternativa. "Lost"
è una ballata da cowboy con il giusto sale ritmico
punk, splendida come "Plateau", che ha un arpeggio
di vimini e il finale di un'utopica e lancinante bellezza.
Tutte e due sono bizzarre, tutte e due visionarie. In questa
musica c'era un immanente senso del soprannaturale, come
una forza suggestiva e immaginifica, degli spiriti che sgorgassero
in diretta dagli strumenti, dalla voce, dai nastri: di un
al di là parla anche una "Lake Of Fire"
ispirata alle avventure di Tom Sawyer. Infine "The
Whistling Song", un country rock distorto e fischiettato
come dal titolo. La vita nuova dei Meat Puppets fu un segno
dei tempi e si avverte vivissima ancora oggi la grande frattura
rispetto ai primi abbrustolenti mozziconi, persino più
netta all'esame delle tracce qui selezionate perché
scelte a discapito di "Split Myself In Two" e
di "New Gods", i due country punk più infiammati
in quella meraviglia di un secondo LP che dovete procurarvi
se avete anche il minimo interesse in uno dei più
originali gruppi alternativi d'America.
Per espansione della psiche, il successivo "Up On The
Sun" (1985) è persino più ricco, da applausi
sia per la registrazione, tra l'altro avvenuta in soli tre
giorni tre, che per la tecnica strumentale. Ecco i suoi
gioielli: tra la lisergica title track (paragoni infiniti
coi Grateful Dead) e "Enchanted Porkfist", un
continuo ricambio di stile all'interno dello stesso brano,
c'è forse la canzone forse più bella tra tutte
quante, cioè Swimming Ground; qui il lavoro della
chitarra è di qualità assoluta, a partire
dal riff con le sue ondulazioni lubrificate (il resto è
un coast to coast sulle corpo dello strumento senza sbavature,
senza una nota di troppo, tutto fantasia). "Two Rivers"
chiude l'excursus sul terzo LP, ultima tra le quattro tracce
da un "Up On The Sun" per il quale si è
andati sul meglio non tenendo conto del suo lato funky,
però vivo e pulsante nel suo arco completo. Comprensibile,
visto lo spazio.
Prima del successivo "Mirage" venne la volta del
mini "Out My Way" (1985), testatore del livello
raggiunto con il brano che gli diede il titolo e il rock
and roll imbastardito di "On The Move" (solo nella
versione Rykodisc, con la cover di "Burn The Honky
Tonk Down" di George Jones)."Mirage" (1986)
sarà album di transizione; la sua essenza sfugge
e si riverbera come quelle visioni fugaci del deserto che
volle evocare. I suoi episodi sono molto eterogenei, caratteristica
naturale dei Meat Puppets e lì quasi estremizzata:
mentre "Confusion Fog" è un numero campagnolo
che su "II" sarebbe stato in carrozza, "Get
On Down" è un tentativo di suonare pop in modo
strabico e allettante (lo sarà la "We Don't
Exist" del 1994).
Più mirato "Huevos" (1988), omaggio esplicito
agli ZZ Top. I riff hillybilly, sudisti e boogie di Billy
Gibbons sono il riferimento per "Look At The Rain",
classico nei classici. Derrick Bostrom, firmatario delle
note dell'antologia, definisce "Sexy Music" un
"peana al populismo rock": i Meat Puppets suonavano
adesso un roots rock pieno di quelle "visioni ultraterrene
che riempiono la testa" e di quelle insolazioni psichedeliche
che ne rendevano inafferrabile il segreto, bravura tecnica
a parte. Musica capace davvero di "svelare la mente",
di partorire nuovi mondi e dei: secondo alcuni l'album delle
uova è il capolavoro maturo. Intanto il mondo indipendente
dell'America degli anni '80 si apprestava a divenire la
più attrezzata, giovane e cospicua Nazione Alternativa.
Il concerto nel Montana, pubblicato nel 1999, risale al
1987 e fu registrato dal banco del mixer ("Doug Rey
Me" è una cover). A questo punto, i Meat Puppets
produssero il loro ultimo LP indipendente, "Monsters"
(1989), un riassestamento in direzione rock e rhythm&blues
anni '70 la cui incisione forse non risultava del tutto
soddisfacente per il gruppo, se per "Light" e
"Strings On Your Heart" in "Classic Puppets"
sono presenti i demo e per "Meltdown" una sessione
radiofonica.
Salutata la SST (con un doppio LP antologico, "No Strings
Attached" del 1990), il successivo "Forbidden
Places" usciva infatti su major (la London) nel 1991
dell'aurora grunge (è l'anno di "Nevermind"
e del primo Lollapalooza). Proprio Kurt Cobain chiamerà
a sé i fratelli Kirkwood in occasione del concerto
acustico per MTV assieme per farli eseguire con i Nirvana
(un altro trio, e con il chitarrista/leader/cantante e il
bassista che avevano quasi gli stessi nomi di battesimo)
le loro "Plateau", "Oh, Me" e "Lake
Of Fire". Fu uno dei tributi che Cobain all'epoca amò
pagare ai suoi artisti preferiti (Raincoats, Vaselines,
Melvins); il povero buon Kurt ebbe un'onestà intellettuale
molto criptica, ma sincera. I Puppets spenderanno il credito
allora acquisito con l'album "Too High Too Die"
(1994) e la canzone "Backwater", a tutt'oggi i
loro maggiori successi di pubblico, mentre passeranno invece
assai meno osservati i successivi "No Joke!" (1995)
e "Golden Lies" (2000), quest'ultimo inciso dal
solo Curt Kirkwood senza il resto della formazione originale.
Da allora in poi solo disavventure personali: la moglie
di Cris è morta per overdose sei anni fa, Cris stesso
ha avuto ancora problemi di tossicodipendenza e a Curt un
poliziotto ha appena sparato in un parcheggio mentre il
musicista litigava con un'anziana signora. L'unico pezzo
post 1989 di "Classic Puppets" è "New
Leaf", del nuovo gruppo di Curt (senza il fratello,
né Bostrom). Resta quanto di splendido fatto in passato.
Se volete un consiglio finale, in una graduatoria degli
album da avere io sul podio metterei di diritto "Meat
Puppets II" e "Up On The Sun", quasi a pari
merito, con un bel bronzo massiccio a "Huevos".
Parere personale. |