Strano destino quello dei
Meat Puppets, osannati ed amati nei circuiti indie/alternativi,
non sono mai riusciti a compiere quel salto di qualità
che li avrebbe fatti conoscere al grande pubblico, neanche
quando tutte le cose sembravano volgere a loro favore. Per
qualche strana coincidenza sembra sempre che si siano trovati
al posto giusto ma al momento sbagliato, e questo ha fatto
sì che rimanessero sempre nell’ombra, eccezione
fatta per qualche sprazzo di notorietà ben presto
rientrato.
Ma procediamo con ordine, dopo aver debuttato nel 1982 con
un album omonimo, hardcore nel vero senso del termine, composto
da tracce brevissime al limite della cacofonia, decidono
di rallentare i ritmi e l’anno successivo producono
un originalissimo lavoro, senza pretese ma che da lì
a poco sarebbe diventato un piccolo punto di riferimento
nella discografia indie.
“Meat Puppets 2” infatti condensa nelle sue
dodici canzoni piccoli gemme lo fi, suonate con malcelata
bravura, all’apparenza disordinate e stonate. Dopo
i (ne)fasti punk del loro primo cd, il trio capitanato dai
fratelli Curt e Cris Kirkwood, rispettivamente voce/chitarra
e basso, decide di virare verso una forma canzone più
matura, venata da un country rock assolutamente impensabile
per l’epoca e condito da un’autoironia che sarebbe
diventata una costante del gruppo. Ancora oggi canzoni come
la velocissima “Split Myself In Two”, “Lost”
o la contagiosa “Climbing” non mostrano segni
di vecchiaia. Il modo di suonare di Curt, un misto di tecnica
e follia, unito alle semplici linee di basso del fratello
ed allo stile immediato di Derrick Bostrom alla batteria,
rende questo ascolto disimpegnato e divertente. Non è
un caso che lo stesso Kurt Cobain, dichiarando il suo amore
per la band e per questo cd in particolare, nel suo “Unplugged
In New York” abbia riproposto proprio tre pezzi estratti
da “Meat Puppets 2”, eseguendoli insieme ai
fratelli Kirkwood. Le canzoni sono “Plateau”,
“Lake Of Fire” e “Oh Me”, che nel
lavoro originale si pongono come i momenti migliori dell’album,
ma anche riadattate in forma acustica mostrano tutto il
loro genuino splendore nascosto dietro una semplicità
imbarazzante.
La registrazione non è ottimale, visto anche il budget
che avevano a disposizione, ma non toglie niente al fascino
dei loro pezzi, fatti per essere suonati senza troppe sovraincisioni.
Per chi vuole andare alla ricerca del vero significato della
parola “indie” , è un ascolto obbligato,
per un gruppo che ha fatto della propria indipendenza la
sua bandiera. Qualche anno fa la Rykodisc ha ristampato
e rimasterizzato questo capolavoro aggiungendo anche numerose
bonus track, tra cui una cover dei Rolling Stones, “What
To Do”. |