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MODEST MOUSE recensione MODEST MOUSE
Good News For The People Who Love Bad News
label: Epic (2004)
formato: CD (16t.)
genere: Indie, Lo-fi, Alternative rock
riferimenti: Built to Spill, Archers of Loaf, Sunny Day Real Estate, Panoply Academy Glee Club, The Fire Theft
links: http://www.modestmousemusic.com
voto: 8
Buone notizie per chi ama le cattive notizie: i Modest Mouse danno alle stampe il loro quinto lavoro, ma il disco non viene distribuito qui in Europa. Decisione piuttosto bizzarra e ad ogni modo penalizzante per un mercato -quello europeo- che tanto ancora riesce a dare ai piccoli e grandi nomi d'oltreoceano. Un peccato davvero, perchè questo "Good news for the people who love bad news" (che dovrebbe ad ogni modo arrivare nei nostri scaffali in autunno) ha le carte in regola per fare il salto di qualità anche qui da noi: anzitutto perchè la produzione cristallina, molto radio-oriented e oltremodo pop racchiude ogni singolo brano in una pàtina di sorprendente raffinatezza, senza snaturare in alcun modo le caratteristiche di stampo "indie" e lo-fi tanto care al gruppo di Washington DC. Il tutto risulta invitante e accessibile come nessun altro disco dei Modest Mouse è riuscito ad essere prima d'ora, e brani come "Float On" (ritmo cadenzato e reminiscenze Talking Heads) o "Blame it on the Tetons" (quest'ultima caratterizzata da una coda finale in cui un violino e il piano si intrecciano in modo quasi sublime)" divengono così espressione del lato più pop dei Modest Mouse, finalmente palesato nella sua accezione più convenzionale da sognanti tastiere e intelligenti arrangiamenti che, con l'ausilio di un missaggio pressochè perfetto (Dave Friedman, Flaming Lips) riescono a sembrare asciutti e corposi alla stessa maniera. Non mancano, come di consueto, i riferimenti alla musica tradizionale americana (soprattutto in evidenza il banjo, nonchè quel tipico sapore intriso di campagna americana, presente nella tesa "Satin in a coffee", o in quella filastrocca country che è "Bukowski"), ed inattese escursioni jazzistiche di rara follia lucida ("This devil's workday", al confine con l'arte di Tom Waits), momenti di esaltazione del ritmo ("Dancehall", una sorta di boogie post-punk che ricorda i The Fall), e di contemplazione poetica (l'eterea e bucolica "The Good times are Killing me", un vero inno). Infine -ma non ultimo di importanza- il lavoro sulle liriche, ancora una volta degne di nota per la loro crudeltà nell'esprimere i fatti, le storie intinte nel disagio americano, i sentimenti aspri e gonfi di disillusione, cantati con estro - a dir poco geniale- dal frontman della band Isaak Brock, immenso catalizzatore di emozioni viscerali.
Colori determinati da un sapore etereo e languido il quale per nulla stride con l’irruenza schizoide e obliqua che i Modest Mouse ancora –e qui con maggior classe- ci offrono: un disco per i viaggi, musica “on the road” per incontaminati percorsi, quelli che portano verso la canzone indie-rock perfetta, immutabile.
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  settembre 2004
 
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