”Bello, ma troppo triste.
Non penso che lo ascolteró molte altre volte”.
Era questo il mio sintetico pensiero al primo ascolto di CODY,
dopo aver tolto la puntina dal solco circolare finale del
disco.
Sí, ascoltare questo album non deve essere un´esperienza
piacevole, perché é come se di colpo ti togliessero
le protezioni che ti fanno stare bene nonostante i problemi
del mondo. Come se tutti i dolori della terra passassero in
rassegna e non potessi far altro che provarli.
Avrei condensato questo concetto piú tardi, ad una
persona conosciuta sulla rete con il termine “sensibilizzazione”.
Diversi sono gli effetti che possono capitare a chi ascolta
questo disco in condizioni personali giá pessime, usiamo
il termine “giá sensibilizzato”. Sembrerebbe
inutile sentire altro dolore, ma é proprio qui che
il lavoro dá il meglio di sé. L´incomunicabilitá
del dolore trova sfogo in musica, impeto, talvolta ossessione
(rappresentata tramite gli sforzi per liberarsi da un male
senza mai riuscire nel proprio fine). La ripetitivitá
é un mezzo per descrivere queste sensazioni, perció
la struttura di ogni brano é scarna.
Il dolore diventa momento creativo e degno della vita, alto
e poetico.
E´ per questo, pur ancora non sapendo il mio futuro,
che lo avrei ascoltato molte altre volte.
Il suono colpisce. Si ha la sensazione che il basso e gli
altri strumenti siano stati registrati in un ambiente asettico.
Sembra che in quella stanza ci fossero solo gli strumenti,
nemmeno i musicisti. Non si incontra presenza umana. Il
parlato dovrebbe aggiungere un pó di calore, in realtá
aumenta il disagio perché proviene dal vuoto e si
perde nel vuoto, il vuoto dello spazio. Nessuno é
disposto ad ascoltare la sofferenza, ed il dolore si acuisce.
Il trittico del lato “C” del disco é
esemplare in questo: inizia con la voce in eco di una vecchia
in litania, poi viene inserito un pezzo di piano, ripetitivo
anch´esso, e piangente.
Segue “Ex-Cowboy”, con l´ossessione del
suono del trapano, che nonostante gli sforzi, non riesce
proprio ad essere allontanato dalla mente, ed infine il
pianoforte sperduto nel rumore iniziale di “Chocky”
che pian piano si fa coraggio e tesse le fila di un altro
dramma psicologico che sfocia nella sovrastante ed implosiva
“frenata” finale.
Calore umano viene introdotto con “May Nothing But
Happiness Come Through Your Door”: possa nient´altro
che la felicitá attraversare la tua porta é
l´augurio, la canzone invece é la consapevolezza
che l´auspicio non potrá mai avverarsi, e tutto
si tinge di pianto e sorriso. Elevazione della condivisione.
“Christmas Steps” é l´unica canzone
in cui la tensione trova realmente sfogo. Probabilmente
perchè appartiene ad un periodo leggermente diverso.
Era infatti uscita giá prima di CODY nel pregevole
dodici pollici “No Education=No Future”. Qui
la ritroviamo in una versione un pó piú estrema
e calata nella stessa solitudine strumentale di CODY. E´
la sola traccia che viene chiusa in maniera piú rilassata
di come é nata, con un eco di violini che sugellano
la fine ideale del disco e del percorso di fede.
Il disco puó dirsi concluso, ma qualcosa mi chiama.
Ritorniamo indietro velocemente. L´introversa “Cody”,
unica canzone cantata, countrieggiante e dilatata mi chiede
in lacrime questioni esistenziali: questo lavoro inneggia
a vivere o a morire?
La risposta é nel titolo dell´album: a morire,
ma a morire con un cuore giovane, vale a dire vivere la
vita fino in fondo, senza protezioni, senza scappare, facendo
del dolore tesoro dell´esperienza esistenziale di
ognuno di noi. |