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MORRISSEY recensione MORRISSEY MORRISSEY
You Are The Quarry You Are The Quarry
Label: Attack (2004)
formato: CD (12t – 47:20)
genere: indie rock
Riferimenti: The Smiths
links: http://www.morrisseymusic.com/
Voto: 7.5
Sette anni per dare un seguito ad un album, soprattutto se l’ultimo lavoro certo non può dirsi memorabile, sono veramente incalcolabili se come unità di misura viene presa quella che scandisce i termini delle uscite discografiche regolate da un mercato sempre pronto alla “Next Big Thing”.
Certo sempre meglio che dosare le proprie uscite che fare lavori senza né capo né coda ogni anno, ma se il silenzio di questi anni lo rapportiamo al tipo in questione probabilmente tale silenzio sarà facilmente giustificabile, considerato la riluttanza che Morrissey ha sempre avuto nei riguardi del mercato discografico ( che comunque gli ha dato soldi e notorietà nda ), e per quel suo narcisismo che gli fa preferire l’autocompiacimento a quello del confronto con gli altri anche se questi sono suoi colleghi, basta considerare il non felice rapporto avuto dal nostro con Siouxsie durante la registrazione del singolo a due voci ‘Interlude’.
Fortunatamente il lavoro che oggi ci viene presentato, preceduto da un’attesa a dir poco febbrile, si presenta fresco e dinamico quasi a voler riprendere un discorso interrotto con ‘Viva Hate’ e ‘Your Arsenal’ senza dimenticare in alcuni passaggi reminiscenze del tanto discusso ‘Southpaw Grammar’, discusso perché i critici in quel tempo erano presi dalla sbronza brit-pop, con “Irish Blood, English Heart” che sicuramente può essere considerato il pezzo migliore dell’album che con il suo incedere lento esplode per poi al momento del ritornello farci sobbalzare sulla sedia sia per la bellezza del pezzo sia perché in quel momento davanti a noi si materializzerà quello spettro dispettoso di John Marr che ci farà ritornare ai bei tempi di ‘The Queen is Dead’ convincendoci che gli Smiths non si sono mai sciolti.
Si sente che la mano di Jerry Finn ha ridato smalto al Nostro che nonostante i suoi 45 anni in tutto l’album canta come se fosse stato rigenerato dal produttore che fu il mentore di Blink 182 e Green Day , la stessa band non può essere considerata più una combriccola di comprimari e la prova viene data dal pezzo che da il titolo all’album dopo si nota lo sforzo della band di “abbracciare” le liriche composte nell’occasione da Moz.
Ma non vi è solo dinamismo all’interno dell’album e la prova è data da pezzi come “All The Lazy Dykes” dove nuovamente i bei tempi che furono riemergono facendoci venire agli occhi la classica lacrimuccia quando ascoltando questo pezzo ci verrà in mente che pensando alla storia degli Smiths capiremo che “I Know It’s Over” da troppo tempo, mentre ascoltando “I’m Not Sorry” verremo cullati dai flauti che rendono il pezzo quasi una canzone d’amore parola questa così difficile per Moz tanto da farli pronunciare tanti anni fa il suo “amore” per la castità.
Finalmente un lavoro che non ha nulla da invidiare alle prove del ben più noto gruppo, certo qualcuno potrà non trovare nulla di veramente innovativo ma ciò non deve essere preso, o letto, in chiave negativa considerando comunque in questo caso il detto un nome una garanzia, sempre che per innovativo a termine di paragone prendete l’ultimo degli Scissor Sister.
Ultima considerazione sul songwriter: da sempre è stata la cosa migliore degli Smiths e della sua carriera da solista in questo lavoro vengono messe i classici puntini sulle i anche in ottica a presunte simpatie del nostro per il nazismo. Quando a fare i giornalisti… cosa non si fa per campà.
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  giugno 2004
 
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