Sette anni per dare un seguito
ad un album, soprattutto se l’ultimo lavoro certo non
può dirsi memorabile, sono veramente incalcolabili
se come unità di misura viene presa quella che scandisce
i termini delle uscite discografiche regolate da un mercato
sempre pronto alla “Next Big Thing”.
Certo sempre meglio che dosare le proprie uscite che fare
lavori senza né capo né coda ogni anno, ma se
il silenzio di questi anni lo rapportiamo al tipo in questione
probabilmente tale silenzio sarà facilmente giustificabile,
considerato la riluttanza che Morrissey ha sempre avuto nei
riguardi del mercato discografico ( che comunque gli ha dato
soldi e notorietà nda ), e per quel suo narcisismo
che gli fa preferire l’autocompiacimento a quello del
confronto con gli altri anche se questi sono suoi colleghi,
basta considerare il non felice rapporto avuto dal nostro
con Siouxsie durante la registrazione del singolo a due voci
‘Interlude’.
Fortunatamente il lavoro che oggi ci viene presentato, preceduto
da un’attesa a dir poco febbrile, si presenta fresco
e dinamico quasi a voler riprendere un discorso interrotto
con ‘Viva Hate’ e ‘Your Arsenal’ senza
dimenticare in alcuni passaggi reminiscenze del tanto discusso
‘Southpaw Grammar’, discusso perché i critici
in quel tempo erano presi dalla sbronza brit-pop, con “Irish
Blood, English Heart” che sicuramente può essere
considerato il pezzo migliore dell’album che con il
suo incedere lento esplode per poi al momento del ritornello
farci sobbalzare sulla sedia sia per la bellezza del pezzo
sia perché in quel momento davanti a noi si materializzerà
quello spettro dispettoso di John Marr che ci farà
ritornare ai bei tempi di ‘The Queen is Dead’
convincendoci che gli Smiths non si sono mai sciolti.
Si sente che la mano di Jerry Finn ha ridato smalto al Nostro
che nonostante i suoi 45 anni in tutto l’album canta
come se fosse stato rigenerato dal produttore che fu il mentore
di Blink 182 e Green Day , la stessa band non può essere
considerata più una combriccola di comprimari e la
prova viene data dal pezzo che da il titolo all’album
dopo si nota lo sforzo della band di “abbracciare”
le liriche composte nell’occasione da Moz.
Ma non vi è solo dinamismo all’interno dell’album
e la prova è data da pezzi come “All The Lazy
Dykes” dove nuovamente i bei tempi che furono riemergono
facendoci venire agli occhi la classica lacrimuccia quando
ascoltando questo pezzo ci verrà in mente che pensando
alla storia degli Smiths capiremo che “I Know It’s
Over” da troppo tempo, mentre ascoltando “I’m
Not Sorry” verremo cullati dai flauti che rendono il
pezzo quasi una canzone d’amore parola questa così
difficile per Moz tanto da farli pronunciare tanti anni fa
il suo “amore” per la castità.
Finalmente un lavoro che non ha nulla da invidiare alle prove
del ben più noto gruppo, certo qualcuno potrà
non trovare nulla di veramente innovativo ma ciò non
deve essere preso, o letto, in chiave negativa considerando
comunque in questo caso il detto un nome una garanzia, sempre
che per innovativo a termine di paragone prendete l’ultimo
degli Scissor Sister.
Ultima considerazione sul songwriter: da sempre è stata
la cosa migliore degli Smiths e della sua carriera da solista
in questo lavoro vengono messe i classici puntini sulle i
anche in ottica a presunte simpatie del nostro per il nazismo.
Quando a fare i giornalisti… cosa non si fa per campà. |