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NICK CAVE & THE BAD SEEDS recensione
Abattoir Blues / Lyre of Orpheus
label: Mute (2004)
formato: 2CD
genere: wave
riferimenti: Tindersticks, Peter Murphy, Pj Harvey, Lambchop
links: http://www.nickcaveandthebadseeds.com/
voto: 8
Forse per la prima volta un disco di Nick Cave dà tutto al primo ascolto, e non cresce, ma si stabilizza, nei successivi. Accade con “Abattoir Blues”, CD numero uno di questo doppio lavoro, tra un paio di rhythm & blues assetati di gospel (“Get Ready For Love!”, “There She Comes, My Beautiful World”), una ballata mega, “Cannibal Hymn”, il brano a cui più si addice il titolo “blues da mattatoio”, cioè “Hiding All The Way”, e il singolo “Nature Boy”, tentativo conscio, sembra, di comporre una canzone pop (come se non lo fosse già la “Straight To You” di una quindicina d’anni fa). Ordinaria amministrazione, per chi ha firmato di suo pugno una “Tupelo” o una “The Mercy Seat”; basta però la classe con cui le canzoni sono composte e quindi eseguite a porle su di un piedistallo da cui non le si tira giù, uno standard reso alto anche da “Messiah Ward”, “Let The Bells Ring” e “The Fable Of The Brown Ape”. Manca il pezzo in grado, forse, di staccarsi e viaggiare da solo: potrebbe essere “Cannibal Hymn” con il suo cuore-tamburo. Vedremo.
Il secondo CD, "The Lyre Of Orpheus”, è più fluido e più dolce, per quanto le carte siano abilmente mescolate dal nostro Giano Bifronte in arte Nick. La seconda title-track ricorda il perfido Cave di Berlino (una rilettura piuttosto originale del mito di Orfeo …) e “Supernaturally” poteva stare in entrambe le collezioni. Più mite, comunque, “The Lyre Of Orpheus”, dacché ci sono la serenata (“Breathless”) e la romanza (“Babe, You Turn Me On”), e finalmente, magari, arriva il capolavoro con quella emolliente “Holy Money”, passo contato e superbo arrangiamento. Rispetto ad “Abattoir Blues”, più smanioso, la sua più dolce metà è più sofisticata (“Spell), lirica (“Carry Me”) e risolutiva, con il gran finale di “O Children” (un po’ come era “Death Is Not The End” in “Murder Ballads”), e, al contrario, cresce ascolto dopo ascolto bilanciando le due facce dell’autore australiano. Operazione speculare riuscita. Ma una cosa unisce le due metà: testi che nobilitano la loro messa in musica, che grondano finezze, similitudini (il cuore che batte come un gong di “Cannibal Hymn”), citazioni inaspettate. Ricordiamoci che anche da scapigliato e tossico quello che chiamavano Nick The Stripper era un ritratto del poeta da giovane, imbevuto di cultura letteraria e biblico/evangelica. Cose che la sua maturità ha solo accentuato e razionalizzato.
Questo è Nick Cave, uno dei più grandi artigiani di canzoni e poeti, sì, poeti, del nostro tempo infame (e come sia il nostro tempo attuale è descritto qui in tanti versi non protagonisti, ma importanti). Sarà ricordata più tutte la strofa di “There She Comes, My Beautiful World” (dopo un inizio whitmaniano e l’altra che collega Nabokov e Johnny Thunders) in cui si mettono in rima Kapital, Tropical, Hull, Hospital e in fila Marx, Gauguin, Phihilip Larkin e Dylan Thomas: “Karl Marx squeezed his carbuncles while writing Das Kapital/Gauguin, he buggered off man, and went all tropical/While Philip Larkin stuck it out in a library in Hull/And Dylan Thomas died drunk in St. Vincent’s Hospital”. Scommettiamo? Piacerebbe poter entrare nella mente di chi ha concepito tutto questo e carpirne qualche segreto.
Aspettando, magari, un nuovo saggio - “La vita segreta del blues da macello” - che ci illumini d’immenso … “come un’idea. Come una bomba atomica”.
invia la tua recensione Tommaso Iannini
  settembre 2004
 
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