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NINE INCH NAILS recensione recensione
The Downward Spiral (Deluxe Edition)
label: Nothing Records (2005)
formato: CD
genere: industrial rock
riferimenti: Foetus, Ministry, KMFDM
links: http://www.nin.com/
voto: 10 (all'album originale)
voto: 6.7 (alla versione deluxe)
Non so quanti abbiano in casa la tecnologia adatta per esaltarsi all’ascolto in purezza del SACD. Io, no. Ascoltata in un normale lettore di compact disc, questa nuova versione è una verniciatura più tridimensionale e luccicante di cose già note. La confezione rimasterizzata e di lusso della summa di Trent Reznor titano è prima di tutto un bell’oggetto. L’albo è cartonato, esattamente come dieci anni fa, ma mentre la copertina del disco è rimasta identica e quella del libretto pure, all’interno sia della confezione, sia del booklet, i dipinti di Russell Mills sono rinnovati, e i testi stampati in bianco sulle immagini, non più in azzurro sulla pagina bianca.
Poco, o meglio moltissimo, da dire sul disco originale, dal fato che lo volle inciso con l’unità mobile Pig sul luogo di un celebre delitto (nell’agosto 1969, nella stessa villa al numero 69 di Cielo Drive a Bel Air, Los Angeles, Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, e alcuni suoi amici perdevano la vita sotto i colpi degli adepti di Charles Manson), agli straordinari contenuti artistici. In un vecchio numero dell’ora defunto - manco a dirlo - mensile statunitense RIP, Reznor sosteneva di aver saputo solo in un secondo momento che quella era la villa del massacro; ma se la sua predilezione per i luoghi macabri non sarà un singolo episodio, e infatti “The Fragile” vedrà, ehm, la luce a New Orleans in una funeral home in disuso (la casa americana di pompe funebri, qualcosa che da noi si è visto solo in telefilm come Six Feet Under), volontaria o meno che fosse la coincidenza, “The Downward Spiral” deve aver assorbito da un simile teatro alcune delle sue vibrazioni così tragiche, maligne e sublimi. Il brano programmatico “Mr Self Destruct” inizia con un maglio elettronico che si abbatte a singhiozzo, lede con il pugno di ferro del ritornello, si rintana in un cantuccio ambient, riparte come un treno e deraglia in un traforo di atrocità dando gli ultimi colpi di coda dalle lamiere accartocciate del suo ultimissimo scorcio. Le voci dei canali audio periferici sembrano proprio lamenti di vittime e fantasmi fissati sulle tracce.
Se liricamente la spirale è un torrido percorso alla prima singolare reznoriana in cui la depressione autodistruttiva interseca sfrontatezze titaniche, morsi di un allucinato superomismo e una libido erotica espressa con impulsiva virulenza, nel metodo siamo al più allucinato perfezionismo e alla più glaciale arte del ritocco. Una scrittura traboccante, computata in funzione del clamore dell’insieme, si mischia in un corpo unico alla produzione, si quantizza in sequenze programmate e in un editing maniacale, si impila in segni sovrapposti, si torce in sviluppi una volta franti, un’altra volta dinamici, un’altra ancora rigorosi, un’altra longanimi e aperti alle più fatali irruzioni/eruzioni. Costruita per blocchi semoventi “Piggy”, dove il giro di basso da tre note dell’incipit si fa ricurvo ad altezza refrain, e alla fine si ripercuote su exploit obliqui di batteria campionata (mani e computer, intanto, digitano un minuscolo motivo tra vapori di laboratorio), techno apostata e metal digitale formano il cyborg nichilista di “Heresy”, e automazione epilettica, malmenante trazione, montaggio ad alterchi, installano il politeama di March Of The Pigs, terrifica rapsodia cyberpunk i cui esiti sono un misto di cardiopalmo, shock anafilattico, commozione cerebrale. Non meno suspense ha il viluppo di “Closer”, che rateizza, su base di aritmia palpitante, il fitto intrecciarsi a nido di letimotiv e vettori ausiliari, sempre con un senso scultoreo della creazione musicale.
Presi uno ad uno così, i quattordici brani di “The Downward Spiral” sono i capolavori di un prometeico industrial-rock di cui l’album del ‘94 si fa vertice perentorio e universale coniugando l’organico e il bionico: “Ruiner” si copre di una gromma hip hop, e congettura anche un assolo di chitarra fasciandosi con una zanzariera noise; “The Becoming” delira febbrile e scuce ogni tanto dal suo tessuto robotico una progressione voce-chitarra acustica; in “I Do Not Want This” i martelletti ricamano una trama thriller scortati da folate rumoriste, da un grattare sintetico e dal prorompere di un riff di hard rock, da nulla se paragonato al fallico metallo digitale di “Big Man With A Gun”. Sono altri punti fermi di un disco assoluto, amplificato dal carattere di monade di ogni LP dei Nine Inch Nails (non a caso la ristampa arriva sul mercato nell’imminenza, finalmente, di un album di materiale inedito dopo sei anni), i bordoni ambientali e il comatoso minimizzare di “A Warm Place” sfumanti in “Eraser”, tramestio crescente che spezzano prima un’antifona macinata, poi un suo imperativo contrordine, un deflagrare parossistico e l’anticipo di soluzione finale; “Reptile”, imbastita su fondi da fabbrica e su di un intercapedine laser, che clona e lobotomizza drammaticamente la formula ballata con tanto di sua angelica interruzione al minuto 5; la title-track, con il suo drone subaqueo e il suo iperrealistico racconto, ammutolito sulla punta della sua forchetta semi-acustica per essere poi urlato nel marasma collaterale. Ma la vestale dell’album sarà forse “Hurt”; infatti, sul declivio di quel rumore informe e sommesso che la apre, il tempo sembra cristallizzarsi. Canzone folk decadente del dopo Armageddon, è una lirica ammissione di sconfitta e di ineluttabilità esistenziale, quasi che ucciso Dio e cancellato con un colpo di spugna l’orizzonte, come secondo il Nietzsche a cui rimanda direttamente “Heresy”, non rimanesse davvero che di vagare in un nulla infinito.
Il secondo CD è una compilazione di demo, remix e brani extra. Interessante, e già nota, “Burn”, e lo stesso “Dead Souls”, cover dei Joy Division edita nella colonna sonora de “Il Corvo”. Altra cover “Memorabilia”, in origine dei Soft Cell. Non contenta di venderci imitazioni, insomma, l’industria discografica rende il mezzo equivalente al messaggio (come i Pavement con la bassa fedeltà secondo la Trouser Press Guide) e ci fa ricomprare gli stessi dischi. Il CD era la rivoluzione. Adesso arriva il suo figlioletto super a farci finalmente godere come si dovrebbe un album realizzato nell’era paleolitica del ...1994. Lo farà davvero? Accluso fascicoletto pubblicitario del miracoloso formato di Sony e Philips (e si alleano pure, pur di svuotarci le tasche), con le facce pulite delle due ragazze in salotto e di un ragazzo sdraiato sopra la scritta The Ultimate Audio Quality (non so voi ma io non me lo immagino lì sdraiato a sentirsi “March Of The Pigs”).
Diciamo che i fans avranno qualcosa con cui ammazzare l’attesa e potrà approfittarne chi non ha ancora il disco e abbia voglia di un investimento dispendioso ma sicuro.
invia la tua recensione Tommaso Iannini
  marzo 2005
 
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