Sono passati tre lunghi anni
da “Heathen Chemistry”, uno ne è passato
dalla deludente esibizione di Glastonbury della scorsa estate,
pochi giorni sono passati dal concerto dell’Alcatraz
di Milano dove i fratelli hanno suonato di fronte a pochi
eletti per presentare il nuovo album, “Don’t Believe
The Truth”. Già, il nuovo album: avevano cominciato
con i Death in Vegas, ricordate? Tutto da rifare, Noel non
era soddisfatto e così, a Los Angeles, il manager della
band ha contattato Dave Sardy, già produttore dei Jet,
il quale ha accettato (fortuna nostra, visto il sound del
disco) di produrre la nuova fatica dei nostri. Lunghi lavori
tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra ed infine, ventisette
maggio, ecco il risultato finale, ecco il sesto album in studio
degli Oasis. Sei canzoni scritte da Noel, due scritte da Liam,
due da Andy, una da Gem: disco democratico, ancor più
del precedente, disco dove tutti hanno dato il meglio e i
risultati, vi assicuro, si sentono.
Chiariamo subito una questione: quando si parla di Oasis e
di nuove composizioni bisogna smetterla di fare paragoni con
“Definitely Maybe” e “Morning Glory”
in quanto quei due dischi sono episodi irripetibili e irraggiungibili.
Quello che abbiamo tra le mani si chiama “Don’t
Believe The Truth” e in quanto tale, come album nuovo
e singolo, va giudicato.
Undici canzoni che si aprono con “Turn Up The Sun”,
un ottimo pezzo d’apertura che vince e convince con
una bella alternanza tra intro / outro lente e melodiche e
la potenza delle chitarre nella parte centrale: l’autore
è Andy Bell, colui che ha scritto pure “Keep
the Dream Alive”, una canzone tra le migliori di questo
disco che credo possa restare a lungo tra i pezzi “forti”
degli Oasis (la voce di Liam è malinconica e bella
sino alla pelle d’oca).
Poi c’è Gem, autore di “A Bell Will Ring”:
già presentata a Glastonbury con scarso successo, su
disco migliora con delle belle chitarre ma nulla più.
E poi, Liam signori e signore: ve lo ricordate nelle sue scorse
composizioni? Bene, su “Don’t Believe The Truth”
ci regala due perle che nulla hanno da invidiare a quelle
di Noel. La prima “Love Like a Bomb”, è
una bella canzone d’amore, melodica e spensierata, ricca
di chitarre acustiche (presenza consistente in tutto l’album);
la seconda, “Guess God Thinks I’m Abel”,
colpisce per la sua delicatezza, per il suo testo, per la
sua dolce sonorità.
Infine, Noel, mente degli Oasis: anche questa volta firma
pezzi come “Lyla” (primo singolo), inno rock alla
“Street Fighting Man” soprattutto per la parte
iniziale, “Part Of The Queque” (sulla vita nella
grande città) e “Importance of Being Idle”
(il titolo si commenta da solo) cantate da lui sulla scorta
di “Force of Nature” ma più orecchiabili
e generalmente migliori. Firma, infine, la conclusiva “Let
There Be Love”: i fratelli intrecciano le proprie voci
su impaurite chitarre acustiche e salutano con una canzone
che provocherà non poche lacrime a qualche grande fan
del gruppo.
Il rischio, per gli Oasis, era grosso: un altro album mediocre
(o considerato tale) li avrebbe forse messi definitivamente
nel dimenticatoio. Sembra proprio, però, che sia sorta
nuova attenzione verso i Gallagher da parte delle radio, delle
televisioni e dei giornali, quasi unanimemente schierati nel
leggere in “Don’t Believe The Truth” la
loro miglior prova dal 1995. E anche io credo sia così:
nella nuova ondata rock che ci invade dal 2000 non c’è
nessuno lontanamente capace di scrivere canzoni come fanno
gli Oasis, di suonare come fanno gli Oasis, di catalizzare
l’attenzione che sanno catalizzare gli Oasis. Undici
anni dall’esordio e, forse, è cambiato ben poco. |