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OCEANSIZE
Everyone Into Position
label: Beggars Banquet (2005)
formato: Cd (10 tks, 66:50 min.)
genere: rost-rock, psychedelia, math-rock
riferimenti: Mogwai, Cave In, A Perfect Circle
links: http://www.sizeofanocean.com/
voto: 7.5
Apprezzati dalla critica e da un discreto seguito di pubblico, gli Oceansize ritornano dopo il precedente “Effloresce” che li aveva fatti apprezzare per uno stile di scrittura maturo ed intrigante.
Il loro immenso talento gli consente di coniugare il senso della melodia con arrangiamenti stratificati e complessi, in cui le chitarre, ben tre, si inseguono, si rincorrono ed infine si trovano per fare da muro sonoro alla stupenda ed evocatica voce del cantante/chitarrista Mike Vennart.
Da qualche parte in questo disco il paragone con gli A Perfect Circle ci sta anche bene, ma gli Oceansize hanno la capacità di spingersi oltre, di esplorare territori in cui impercettibili groove sonori creano un panorama assolutamente onirico. Il marasma disordinato di “A Homage To A Shame” è qualcosa di talmente travolgente e unico, che bene riesce ad esprimere le identità intrinseche del quintetto di Manchester, mentre “New Pin” con le chitarre che si attorcigliano tra loro in delicate architetture sonore, mette ancora più in risalto un gusto per una psichedelia che molte band bramano di avere.
“Heaven Alive” non avrebbe sfigurato in un album come “Mer De Noms”, ma come ho già detto è solo un punto di partenza, un biglietto da visita e nient’altro, basta andare qualche traccia più avanti e lasciarsi avvolgere dalle note rarefatte di “Music For A Nurse” in cui viene a galla tutta la matrice post rock degli Oceansize; qui un tappeto di tastiere ci conduce in un viaggio di una bellezza fatale, secondo solo ai Sigur Ros di “Takk…”

Peccato solo che la seconda parte del disco non risulti così profonda come la prima, c’è maggior immediatezza in pezzi come “Mine Host” o “You Can’t Keep A Bad Man Down”, ma qua e là affiora qualche idea riciclata, ed una maggior cura nell’arrangiamento avrebbe elevato anche le tracce meno imponenti.
La chiusura affidata a “Ornament/The Last Wrongs” è quanto di più epico e maestoso ci si possa aspettare, 9 minuti in cui si alternano atmosfere dilatate per poi far seguito a momenti in cui le chitarre di Mike, Gambler e Steve Durose creano degli intrecci straordinari, degna conclusione di un lavoro ricercato e penetrante.

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  ottobre 2005
 
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