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Era circa cinque anni fa, quando
per la prima volta mi sono imbattuto nella figura vulcanica
di Arrington de Dyoniso. Non lo conoscevo. Il suo aspetto,
la lettura di un'intervista e l'ascolto della sua musica -
un insieme di rumorismo ascetico, jazz di Cro Magnon, blues
necroforo - mi convincevano che il personaggio fosse uno dei
più autenticamente stravaganti del panorama alternativo.
Il resto non ha fatto che confermare questa impressione. "Lost
Light", uscito sempre per la K e prodotto dal nostro
dioniso assieme a Calvin "lo-fi" Johnson, avverte:
"per una cattivissima festa danzante, festa danzante
nel regno della Magia - lasciate che gli Old Time Relijun
provvedano al nutrimento sonoro (pesante)". Danze ancestrali
di un radicato modernismo.
Al disco fanno da contorno come sempre i disegni colorati
e arcaicizzanti del leader: donne nude, serpenti, teschi da
australopiteco, uomini bestia e creature antropomorfe.
Il trio degli Old Time Relijun è l'essenzialità
fatta formazione: la linea spartana, ruvida e calcificata
della chitarra, stonante; il (contrab)basso altrettanto ligneo
e induttore di fuoco; e il tam tam è una sequenza intera
del dna delle percussioni, debitore anche all'indie rock più
geometrico. Free jazz neolitico, blues di Neanderthal: quello
di Arrington può essere il post rock dell'età
della pietra.
Controsenso? Vediamo.
De Dyoniso è infatti il moderno primitivo erede di
Captain Beefheart quando tra i due sono passati Birthday Party
e, perché no, Sonic Youth. L'ugola ferrosa e incatramata,
rantolo pre civile e - come talvolta sembra - pre umano, e
anche le partiture semiotiche sono quelle del capitano; ma
Arrington è pure il figlio di un predicatore metodista
che vocalizza in preda a visioni mistico-profane - manichee,
talvolta (i due angeli di "The Rising Water, The Blinding
Light") - e la musica del terzetto quasi un rito. Rito
che può essere sì di un predicatore, ma anche
di uno stregone, sempre che ci sia una grande differenza tra
i due, anzi, tra i tre (il terzo è lo sciamano). Misteri
eleusini, e non composti sermoni domenicali, sono questi deliqui
in cui è la carne a farsi verbo, la carne a farsi musica;
più che nell'elevarsi al di sopra di tutto in una trascendenza
mistica, il senso dello spirito degli OTR sembra risiedere
proprio nell'immanenza. L'uomo si fonde con gli elementi naturali:
"Vengo dal fuoco, cammino nel fuoco", dice il primo
brano di "Lost Light", "The Door I Came Through
Has Been Closed (But I Keep Trying)"; che, come aforisma,
può essere il suo it's only rock'n'roll (but I like
it). Pelli e corde tese; non so perché il suono che
la chitarra degli Old Time Relijun più mi fa venire
in mente è quello del berimbau amazzonico. Non sorprende
nemmeno che "Vampire Victim" sembri una specie di
Jon Spencer delle caverne. "Cold Water", che verso
la fine assume i panni di uno scarmigliato gospel, è
incredibilmente figurativa di ciò che vi si racconta:
una discesa attraverso terra, aria, acqua (può essere
anche una regressione fetale). Lo è ancora di più
quando si ha ancora fresca in mente, a proposito di "luce
persa", la discesa sottoterra e la risalita di Uma Thurman
in "Kill Bill Vol. 2" (fatevi un favore, andate
a vederlo. Nella prima ora almeno non avrei cambiato una inquadratura.
Perfetto).
Tornando alla musica, "Lost Light" è uno
sviluppo invidiabile di quanto fatto nel tempo dagli Old Time
Relijun. Anche nel frastuono deliberato dei piatti o del sassofono
di Arrington, è come se il meccanismo del mondo si
trovasse tutto in questo free jazz rock blues animalescamente
scaravoltato. L'idea di "Music Of The Spheres" sono
i cilindri di un invisibile orologio armonico: i suoni qui
sfiorano l'ineffabile, qualcosa di inaudito, si mettono direttamente
in contatto con le onde matematiche e l'entropia della materia.
Passando per "Tigers In The Temple", in cui comincia
una serie di andature ballabili, e arrivando infine al fondo
si sente una "War Is Over" da far tremare i polsi
e i muri. Non prendete questa musica come qualcosa di cervellotico,
non pensatela troppo ostica, ascoltate la sua vibrazione rivelatrice.
Si penetra immediatamente, e nel profondo, nonostante il suo
mistero rimanga. Con le loro sagre della primavera, gli Old
Time Relijun non fanno che portare nel loro anti(?) rock il
fascino esercitato da sempre sulle avanguardie da un mondo
barbaro, pre linguistico.
E poi sono pur sempre i glifi primitivi, e non font ultramoderni,
a dare l'accesso alla loggia nera ("Twin Peaks"
docet). Come finale non è proprio il massimo ed è
derivativo, però rende l'idea. Fuoco, cammina con me. |
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