recensione recensione discografia review recensione biografia recensioni recensione articolo monografia buy order online oggetto: recensione
 
oVo
Cicatrici
label: Bar La Muerte
formato: CD (9tr. - 35min.)
genere: indie
links: http://www.barlamuerte.com/
voto: 5/5
Il nuovo lavoro degli OvO mi fa sbocciare tante immagini in mente, per lo più gioiosamente truculente, e un nome al cui cospetto non mancherò mai di inchinarmi: i Melvins. Per carità, prendetelo in senso lato, più per un comune gusto estetico, magari, che per una precisa corrispondenza sulla carta: lo so bene che a scomodare nomi grossi si fa sempre una brutta fine! Fatto sta che gli OvO e il loro macinato di no-wave e sperimentalismi viranti ed agognanti al metallo estremo, approdano nelle lande selvagge dove il Buzzo Re richiede sacrifici e tributi sanguinolenti ormai da decenni.
Se questa rubrichetta avrà un seguito sicuramente tratteremo delle precedenti macchine di tortura di marca OvO, ma questo disco le riassume e le supera tutte con una compattezza sonora e un delirio esecutivo semplicemente perfetto. Solo per inquadrare il progetto, gli OvO sono un duo, Bruno Dorella (do you remember Wolfango?) alla batteria e al basso preparato, e la cantante Stefania Pedretti alla chitarra e al violino, e si occupano di metallo, improvvisazione, moda, no wave, mascherate della morte rossa, e la prima volta che li ho visti dal vivo l’intero locale era stipato di gente con le mani sulle orecchie. Sarò perverso, ma questo me li ha resi subito simpatici. Non vi tedierò oltre con l’aneddotica autobiografica, e allora passiamo al disco.
Si parte con “Candida”, un inizio irrequieto ma sommesso, accompagnato da suoni limpidi e distesi, esempio evoluto del carillon di apertura del debutto “Assassine”. L’atmosfera creata dalle chitarre di Bill Horist e Fabrizio Modenese Palumbo ha il ruolo di un mesto Caronte nel traghettarci nell’inferno OvO. Inferno che non si fa attendere, con “La peste”, che parte in una tempesta ritmica alla Melvins e con una chitarra di sapore noise. Il cantato fa onore al titolo, e Stefania lamenta, tra dolori e allucinazioni, un urlo continuo, incomprensibile e cadenzato, unica costante mentre la batteria e la chitarra si muovono dietro lei. Il risultato è un metal evoluto, l’accostamento Melvins, pur non dovendo risultar fuorviante, è dunque quanto mai giustificato. Perché gli OvO usano clichè e suoni di certo metal estremo, ma con il giusto raziocinio dell’artista e del performer che vede nelle storture, nel fragore e nelle contrazioni del brano le vie alternative al riffettone e al clichè del genere.
A togliere ogni dubbio le successive “Ombra nell’Ombra” ed “Efesto”. Il metro è tenuto da un lugubre e marziale basso, attorno a cui si dipanano i rantoli effettati di Stefania, vari clangori di chitarra ed un ritmo che sale e scende, esplode e implode, donando martirio e pace, e poi, mentre una canzone si trasforma nell’altra, i bassi diventano secchi singulti elettrici e di Stefania non resta che il suono nervoso e violento dei capelli.
Poi si compie l’ennesimo miracolo: “La saponatrice di Ferrara” porta gli OvO dalle balere della precedente “Gara di Ballo” ad una dance hall da club jap(o)ponese, dove a suon di “tichitichi” e “tichitache” si sgranano scatti e stacchi danzerecci, difficili anche solo da pronosticare conoscendo il gruppo e che si allineano sia alle avanguardie tipo Boredoms che al pop sbilenco dei Lake of Dracula. La restante parte del disco forse è più vicina a quanto gia sentito nei precedenti lavori, brani scarni e sonorità death-ambient (“Spezzata”, che per affinità tematiche potrebbe essere messa accanto all’altrettanto nero “Delirium Cordia” dei Fantomas), deliziosi gorgheggi su tribalismi neoacustici (ah!, comunque parlo de “l’Anno del cane”) e gli otto minuti di improvvisazione per drones e una voce che risveglierà la Linda Blair che è in voi (se scomodo Diamanda vi incazzate, lo so…). “Signora bella con cane gentile” è un commiato di dolcezza estrema (sarà effetto degli amici Rollerball?), quasi fosse un farmaco per le ferite inferte da questo disco, forte e nero come il fiume di sanguinaccio in cui si bagna, e chiude il disco esattamente come iniziava, con un transito verso un mondo diverso, ora che la piaga è diventata il culto. E non mi vergogno, apostolicamente, ad accodarmi alla schiera della stampa di settore e gridare, magari in qualche lingua desueta, al capolavoro, o perlomeno al picco più alto della produzione degli OvO. Dategli un ascolto, e mi direte; il disco è disponibile per chi vuol cedere al piacere della cauterizzazione direttamente alla Bar la Muerte (www.barlamuerte.com; order@barlamuerte.com). Alti i vessili OvO: OvUNQUE!!!
invia la tua recensione Panda
  novembre 2004
 
TOP