Il nuovo lavoro degli OvO mi
fa sbocciare tante immagini in mente, per lo più gioiosamente
truculente, e un nome al cui cospetto non mancherò
mai di inchinarmi: i Melvins. Per carità, prendetelo
in senso lato, più per un comune gusto estetico, magari,
che per una precisa corrispondenza sulla carta: lo so bene
che a scomodare nomi grossi si fa sempre una brutta fine!
Fatto sta che gli OvO e il loro macinato di no-wave e sperimentalismi
viranti ed agognanti al metallo estremo, approdano nelle lande
selvagge dove il Buzzo Re richiede sacrifici e tributi sanguinolenti
ormai da decenni.
Se questa rubrichetta avrà un seguito sicuramente tratteremo
delle precedenti macchine di tortura di marca OvO, ma questo
disco le riassume e le supera tutte con una compattezza sonora
e un delirio esecutivo semplicemente perfetto. Solo per inquadrare
il progetto, gli OvO sono un duo, Bruno Dorella (do you remember
Wolfango?) alla batteria e al basso preparato, e la cantante
Stefania Pedretti alla chitarra e al violino, e si occupano
di metallo, improvvisazione, moda, no wave, mascherate della
morte rossa, e la prima volta che li ho visti dal vivo l’intero
locale era stipato di gente con le mani sulle orecchie. Sarò
perverso, ma questo me li ha resi subito simpatici. Non vi
tedierò oltre con l’aneddotica autobiografica,
e allora passiamo al disco.
Si parte con “Candida”, un inizio irrequieto ma
sommesso, accompagnato da suoni limpidi e distesi, esempio
evoluto del carillon di apertura del debutto “Assassine”.
L’atmosfera creata dalle chitarre di Bill Horist e Fabrizio
Modenese Palumbo ha il ruolo di un mesto Caronte nel traghettarci
nell’inferno OvO. Inferno che non si fa attendere, con
“La peste”, che parte in una tempesta ritmica
alla Melvins e con una chitarra di sapore noise. Il cantato
fa onore al titolo, e Stefania lamenta, tra dolori e allucinazioni,
un urlo continuo, incomprensibile e cadenzato, unica costante
mentre la batteria e la chitarra si muovono dietro lei. Il
risultato è un metal evoluto, l’accostamento
Melvins, pur non dovendo risultar fuorviante, è dunque
quanto mai giustificato. Perché gli OvO usano clichè
e suoni di certo metal estremo, ma con il giusto raziocinio
dell’artista e del performer che vede nelle storture,
nel fragore e nelle contrazioni del brano le vie alternative
al riffettone e al clichè del genere.
A togliere ogni dubbio le successive “Ombra nell’Ombra”
ed “Efesto”. Il metro è tenuto da un lugubre
e marziale basso, attorno a cui si dipanano i rantoli effettati
di Stefania, vari clangori di chitarra ed un ritmo che sale
e scende, esplode e implode, donando martirio e pace, e poi,
mentre una canzone si trasforma nell’altra, i bassi
diventano secchi singulti elettrici e di Stefania non resta
che il suono nervoso e violento dei capelli.
Poi si compie l’ennesimo miracolo: “La saponatrice
di Ferrara” porta gli OvO dalle balere della precedente
“Gara di Ballo” ad una dance hall da club jap(o)ponese,
dove a suon di “tichitichi” e “tichitache”
si sgranano scatti e stacchi danzerecci, difficili anche solo
da pronosticare conoscendo il gruppo e che si allineano sia
alle avanguardie tipo Boredoms che al pop sbilenco dei Lake
of Dracula. La restante parte del disco forse è più
vicina a quanto gia sentito nei precedenti lavori, brani scarni
e sonorità death-ambient (“Spezzata”, che
per affinità tematiche potrebbe essere messa accanto
all’altrettanto nero “Delirium Cordia” dei
Fantomas), deliziosi gorgheggi su tribalismi neoacustici (ah!,
comunque parlo de “l’Anno del cane”) e gli
otto minuti di improvvisazione per drones e una voce che risveglierà
la Linda Blair che è in voi (se scomodo Diamanda vi
incazzate, lo so…). “Signora bella con cane gentile”
è un commiato di dolcezza estrema (sarà effetto
degli amici Rollerball?), quasi fosse un farmaco per le ferite
inferte da questo disco, forte e nero come il fiume di sanguinaccio
in cui si bagna, e chiude il disco esattamente come iniziava,
con un transito verso un mondo diverso, ora che la piaga è
diventata il culto. E non mi vergogno, apostolicamente, ad
accodarmi alla schiera della stampa di settore e gridare,
magari in qualche lingua desueta, al capolavoro, o perlomeno
al picco più alto della produzione degli OvO. Dategli
un ascolto, e mi direte; il disco è disponibile per
chi vuol cedere al piacere della cauterizzazione direttamente
alla Bar la Muerte (www.barlamuerte.com; order@barlamuerte.com).
Alti i vessili OvO: OvUNQUE!!! |