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PATRICK WOLF recensione
PATRICK WOLF WOLF
Lycanthropy |
label: Tomlab (2004)
formato: CD (14 tracks – 52min)
genere: Indie Rock
riferimenti: The Smiths, Björk, Xiu Xiu, Bernard Sumner,
Magnetic Fields, Morrissey
links: http://www.patrickwolf.com/
voto: 7.5 |
Il cantautorato underground degli
ultimi anni ci ha abituato ad un panorama di vasto fermento
dove il sentimento interiore, sia esso spleen rancoroso e
depresso o semplice scazzo postadolescenziale, si impadronisce
di forme comunicative musicali di stampo underground. Stop
alle solite menate chitarristiche, che anche i Kings of Convenience,
con Simon e Garfunkel ancora in giro, hanno un po’ rotto
le palle, e via con l’indipendenza vera e propria. E
nell’ambito di un percorso musicale solista indipendenza
significa che uno può (e moralmente deve) assecondare
ogni propria pulsione, gusto, stramberia e svarione di sorta.
Ecco dunque fiorire piccoli gioielli di varia fattura, dai
chiassosi Moldy Peaches, in compagnia e da soli, al livore
e alla disperazione di Jamie Stewart alias Xiu Xiu, dalla
delicatezza e dal raccoglimento dell’ultimo panda bear,
a, per chi ha avuto la fortuna, gli struggimenti sentimentali
dell’italianissimo Bob Corn. E quanti altri se ne potrebbero
citare, tutti accomunati da forme di composizione dove a farla
da padrone più che l’obiettiva capacità
di gestire da soli un intero discorso musicale, il che vuol
dire avere idee chiare e ben solide, è la possibilità
e il desiderio di scagliare quelle stesse idee nelle direzioni
meno consuete e più immaginifiche, siano esse i freddi
geli dei ghiacciai di “Vespertine”, l’amore
senza fine di “Fear Yourself” o l’afa psichedelica
di “Medicine Fuck Dream”: una sorta di rediviva
“fantasia al potere”, che francamente l’ondata
post (senza critiche, davvero), con il suo incedere talvolta
eccessivamente canonizzato, aveva quasi portato a vedere come
scomparsa.
In un così vasto schieramento artistico, un posto di
sicura importanza lo merita questo giovanotto (ventun anni,
diosantissimo!), per originalità creativa e maestria
esecutiva. E lo fa consegnandoci un ritratto dell’artista
da cucciolo”, la sua vita dagli undici ai vent’anni,
trasponendola con un gusto quasi tardovittoriano nel mito.
Lo pseudonimo sceltosi, Patrick Wolf, (anzi, a quanto pare
suggerito da una chiromante parigina!!!) rappresenta, in un
continuo e spesso morboso intreccio tra realtà e leggenda,
la trasformazione del ragazzino irlandese deriso dai compagni
e con disastri familiari a carico in lupo, per istinto di
sopravvivenza e nel nome di uno spirito di vita assolutamente
votato alla battaglia. Sentimento non nuovo, ma di sicura
originalità in una scena come quella del moderno undergound
dove spesso sono l’autocommiserazione o l’autocompiacimento
i principali leitmotiv. Patrick Wolf invece fa tesoro della
lezione del fratello lupo, dal nordico mito di Fenrir, e combatte…
verso la fine del disco, in particolare, in una canzone, “Peter
Pan” si rivolge direttamente al ragazzo che non voleva
crescere, ritrattandone l’immagine slacker tanto cara
alla indie generation nostrana e non, e la sostituisce con
quella di un spirito combattivo ed eroico, una guida che insegna:“danza
nella battaglia/ma colpisci dritto i muri/anche se le tue
nocche potranno sanguinare/saranno guarite prima dell’autunno”.
Raramente in questo ambito ci si imbatte in peana di tale
portata: forse Björk prima che partisse per l’egotrip,
e sicuramente qualcosa di simile è rintracciabile nella
sanguigna e pulsante disperazione, mai domita, degli Xiu Xiu.
Il disco parte dunque con un organetto e vari stridori glitch
mescolati a ululati liberatori di fronte alla luna piena di
“barriere, bulletti, intellettuali, babau e paure”,
seguiti da una miracolosa “Wolf Song” che mescola
atmosfere della Björk più bachelorettiana ad un
cantato alla Morrissey più ispirato del periodo Smiths.
Simili incursioni neoacustiche, si susseguono nella struggente
“Pigeon song”, dolce come una nuova “I know
it’s over” di smithsiana memoria, e nella già
citata “Peter Pan”, per poi chiudere in dolcezza
nella conclusiva “Epilogue”, dove l’elemento
acustico non è mai da considerarsi riduttivo, fatto
com’è di tanti strumenti (chitarre, violini,
organetti) e di suoni strani.
Nelle altre canzoni l’elemento elettronico si fa portante,
spaziando da beat nervosi di marca Xiu Xiu a echi di certa
scuola electrowave anni 80. Se “Bloodbeat” resta
nel complesso l’episodio più debole del lotto
(è solo una questione di gusto, ma i suoni alla Notwist
rovinano un po’ tutto), la chiamata alle armi per un
esercito di sbrindellati sognatori di “To the lighthouse”
e della più fatalista ma non di meno sognante “Don’t
say no” traghettano la new wave inglese nel nuovo millennio:
melodie alla Cure, una cantato ancora morrisseyano che si
arricchisce di ritmi moderni e di esplosioni che tanto devono
alle parti corali di “Vespertine”. Nella parte
centrale del disco, il crudo abuso sessuale raccontato da
“The chilcatcher” si arricchisce di elementi industrial
e di un cantato in farsetto che rende l’episodi ancora
più straziante, prima della scioccante chiusura antivittimistica.
Spesso però, purtroppo, è proprio l’eccessivo
aderire ai modelli di riferimento a guastare , negli ascolti
ripetuti, l’estrema originalità del progetto
di base. “Demolition” e “London”
risentono, nel loro incedere cadenzato e lento dello spleen
e della malinconia dell’artista che, come da biografia
lascia l’Inghilterra, per rifiorire poi nella successiva
“Paris”. La già citata “Peter Pan”
è un inno propiziatorio al gran finale, che riporta
due episodi di alta levatura ispirativa e di splendida fattura:
prima la title track, che mescola ad un flautino parole di
spietata freddezza “I was once a boy/till I cut my penis
off […] Then I was a girl/till I sewd my holes up”
per culminar nello slogan lupescamente battagliero “Let
no foot mark your round/Let no hand hold you down”;
la seconda invece, con una melodia e un incedere accattivante
da dancefloor alternativo, rimarca nella maniera più
semplice e pura i desideri di base “I want two dogs
two cats a big kitchen and a welcome mat” alla faccia
di tutti i buoni consigli e delle consuetudini fossilizzanti.
In conclusione, incapace come sono al non sentire un infinito
trasporto verso un lavoro di tale portata, dopo aver sentito
“Lycanthropy” farà sembrare l’attuale
situazione indie come un piccolo universo di pianto e stridor
di denti. Ehy indie rockers, un ululato vi seppellirà! |
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