| |
recensione recensione discografia review recensione
biografia recensioni recensione articolo monografia buy order online |
oggetto: recensione |
| |
 |
PATRICK WOLF recensione
PATRICK WOLF WOLF
Wind in the Wiresr |
label: Tomlab (2005)
formato: CD (13 tracks – 41:38min)
genere: Indie Rock
riferimenti: Morrissey, Matt Howden, Björk, Xiu Xiu,
Magnetic Fields
links: http://www.patrickwolf.com/
voto: 7 |
Here comes the gale....
Il lupetto è tornato. E si scrolla di dosso l'aria
da cucciolo incantato (e sperduto) dalle meraviglie del mondo,
dalla grandezza delle sue splendide capitali per rinchiudersi,
oramai cresciuto, nei boschi oscuri e bagnati dalla pioggia
caduta, e meditare su ciò che ha veduto e provato durante
i suoi viaggi: la libertà, l'elettricità. Wind
in the Wires è ammantato di nero, ma è di quelle
tonalità che indicano sensuale eleganza, rigore formale,
malinconie patinate. Tredici capitoli legati da un filo (di
ferro) conduttore che porta con sè la forte e accresciuta
maturità del giovane artista, oltre ad una vena compositiva
meglio delineata, meno schizoide e convulsa che non nel precedente
esordio -pur ottimo- “Licanthropy”, dando spazio
qui ad un discorso contenutistico più coeso, dove violino
ukulele e pianoforte (suonati esclusivamente dallo stesso
Wolf), creano un mondo forse autobiografico, ma il fascino
sta proprio lì.
Un alone magnetico e dandy, vagamente barocco, nell'incedere
dell'iniziale The Libertine, azzeccatissimo singolo dal ritmo
in levare che intreccia un violino smanioso nella sua rincorsa
al galoppo -sorretto da intelligentissimi beat sinth-, e una
voce unica, profonda e pulita come un Morrissey dei tempi
andati. L'umore che si tasta tra le note di “Wind in
the wires” è un denso amalgama di delicatezza
naive e dark-folk, che trova massima espressione in brani
come la bucolica “The Railway House”, “Gipsy
King” (delicata danza gitana dal sapore fiabesco) o
l'intermezzo ukulele di “The Shadowsea” (quando
cioè l' essenzialità dimostra ancora una volta
il suo prepotente valore), laddove invece l'espressione più
romantica e sofferta è ravvisabile in momenti quali
“Teignmouth”, ma soprattutto nella title track,
splendido esempio di scrittura e composizione: Patrick Wolf
riesce ad emozionare, nella totale consapevolezza dei propri
mezzi. Episodi isolati come l'impasto new wave di “Tristan”
( la più movimentata del lotto) o la conclusiva "Landsend"
(dove il Nostro si cimenta in un cantato “Lou Reediano”
) ricordano che siamo di fronte ad un artista particolarmente
eclettico, di cui da ora ci si può fidare ciecamente,
infine innamorarsene per sempre. |
|
|
 |
© UNMUTE.net - tutto
il materiale presente in questo sito è soggetto alle leggi
internazionali di copyright.
Qualsiasi uso dovrà essere preventivamente autorizzato
dalla redazione del sito e dagli autori dei singoli contenuti. |
|