Con questo live i Pearl Jam entrano
definitivamente nella storia del rock.
Qualcuno potrà aver da ridire, sostenendo che forse
ci erano già entrati con il loro primo album, Ten,
del 1992.
La differenza è abissale. Qui Vedder e compagni ripropongono
i loro brani migliori in una versione acustica che rivela
tutte le caratteristiche mostrate durante la loro carriera
fino ad ora.
I marchi di fabbrica di questa band “generosa”
(parte dei proventi del disco finiscono infatti nelle casse
della Youth & Care, associazione che si occupa dei ragazzi
a rischio e senza casa di Seattle) sono da un lato la voce
potente di Vedder, la chitarra di Mike McCready e la perfetta
intesa che accomuna tutti i membri.
Il viaggio all’interno di questa parte di mondo dei
Pearl Jam inizia con ritmiche lente, quasi bluesate. La stupenda
‘Of the girl’ conduce l’ascoltatore nell’atmosfera
più intimista, merito delle parole di Vedder,e delle
chitarre che si incattiviscono poco a poco, sporcando la soffice
base musicale.
Ripescando brani da Yield, dal recente Riot Act e da Binaural
(come Of the Girl) il gruppo di Seattle riesce anche ad inserire
degli inediti. Il primo è ‘Fatal’ (comparso
anche su Lost Dogs, raccolta di inediti datata Dicembre 2003),
ballata composta da Stone Gossard (l’altro chitarrista
del gruppo) che parte in sordina, per poi prendere il largo
verso la fine.
Il secondo inedito è ‘Man of the Hour’,
scritto per la colonna sonora di ‘Big Fish’, ultimo
Film di Tim Burton. Chi ha dimestichezza con l’inglese
si divertirà a sentire l’introduzione del brano,
dove Vedder spiega com’è nata la canzone (richiesta
da Burton stesso). Il brano è di una bellezza disarmante
e il riff iniziale diventa difficile da scordare.
Tra i brani classici dei Pearl Jam come ‘Nothing as
it seems’, ‘Immortality’ e ‘Off he
goes’ fa capolino anche la prima cover. ‘I Believe
in Miracles’ dei Ramones era già stata proposta
in versione elettrificata per il tributo alla storica punk
band. Qui le ritmiche sono , ovviamente, rallentate rendendo
particolare questa canzone.
Il primo disco si conclude con un tre canzoni molto diverse
tra loro.
La prima, ‘Sleight of Hand’, è pacata,
sostenuta da una melodia sognante e dalla voce di Vedder che
quasi recita il meraviglioso testo.
A seguire ‘All or None’, che chiude anche l’ultimo
lavoro dei Pearl Jam, una splendida ballata arricchita da
uno dei migliori assoli di Mike McCready.
Ultima ma non meno importante la versione acustica della velocissima
e quasi “incomprensibile” ‘Lukin’.
Il secondo disco si apre con quella che è la canzone
conclusiva di Binaural, ovvero ‘Parting Ways’.
Quella che sembrava essere la canzone che avrebbe separato
le strade dei cinque musicisti, invece le ricompone, anticipando
il secondo brano inedito (anch’esso presente su Lost
Dogs): ‘Down’,
un brano veloce, forse giustamente scartato da Riot Act
in quanto lontano dalle atmosfere del disco.
Se al ritorno da una breve pausa Vedder si diverte a suonare
‘Can’t keep’ in un’ inedita versione
voce-ukulele, il poker successivo messo in tavola è
composta da quattro assi come ‘Dead man’ (composta
per la colonna sonora dell’omonimo film), la cover
della dylaniana ‘Masters of War’, l’intensa
‘Black’ (con il pubblico che canta il verso
finale, a dimostrazione dell’affetto che esiste verso
i PJ) e ‘Crazy Mary’.
I cinque si cimentano poi in un classico del country-folk,
‘25 Minutes to go’, per poi chiudere in bellezza
con due classici: ‘Daughter’ e ‘Yellow
Ledbetter’.
Dopo questa lunga descrizione, minuziosa e particolareggiata,
non si può che giungere ad una conclusione, l’unica
possibile.
I Pearl Jam rappresentano un punto stabile nel panorama
musicale mondiale.
Una band che è sopravvissuta al grunge ed è
arrivata fino ad oggi, facendosi strada a testa alta tra
la musica dei teen-idol e il rap, non può che meritare
rispetto. Ma non solo per questi motivi.
La loro musica è pregna di quella genuinità
che sempre più raramente si trova nella musica odierna,
schiava del digitale e del mercato televisivo.
I Pearl Jam sono unici nel loro genere e questo live acustico
non rappresenta un punto di arrivo, bensì un nuovo
inizio. |