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PEARL JAM recensione PEARL JAM PEARL JAM
Benaroya Hall, 22nd Oct 2003 (Live)
label: BMG (2004)
formato: 2CD
genere: Acoustic Rock
riferimenti: Bob Dylan, Johnny Cash, Nirvana (unplugged)
voto: 8
Con questo live i Pearl Jam entrano definitivamente nella storia del rock.
Qualcuno potrà aver da ridire, sostenendo che forse ci erano già entrati con il loro primo album, Ten, del 1992.
La differenza è abissale. Qui Vedder e compagni ripropongono i loro brani migliori in una versione acustica che rivela tutte le caratteristiche mostrate durante la loro carriera fino ad ora.
I marchi di fabbrica di questa band “generosa” (parte dei proventi del disco finiscono infatti nelle casse della Youth & Care, associazione che si occupa dei ragazzi a rischio e senza casa di Seattle) sono da un lato la voce potente di Vedder, la chitarra di Mike McCready e la perfetta intesa che accomuna tutti i membri.
Il viaggio all’interno di questa parte di mondo dei Pearl Jam inizia con ritmiche lente, quasi bluesate. La stupenda ‘Of the girl’ conduce l’ascoltatore nell’atmosfera più intimista, merito delle parole di Vedder,e delle chitarre che si incattiviscono poco a poco, sporcando la soffice base musicale.
Ripescando brani da Yield, dal recente Riot Act e da Binaural (come Of the Girl) il gruppo di Seattle riesce anche ad inserire degli inediti. Il primo è ‘Fatal’ (comparso anche su Lost Dogs, raccolta di inediti datata Dicembre 2003), ballata composta da Stone Gossard (l’altro chitarrista del gruppo) che parte in sordina, per poi prendere il largo verso la fine.
Il secondo inedito è ‘Man of the Hour’, scritto per la colonna sonora di ‘Big Fish’, ultimo Film di Tim Burton. Chi ha dimestichezza con l’inglese si divertirà a sentire l’introduzione del brano, dove Vedder spiega com’è nata la canzone (richiesta da Burton stesso). Il brano è di una bellezza disarmante e il riff iniziale diventa difficile da scordare.
Tra i brani classici dei Pearl Jam come ‘Nothing as it seems’, ‘Immortality’ e ‘Off he goes’ fa capolino anche la prima cover. ‘I Believe in Miracles’ dei Ramones era già stata proposta in versione elettrificata per il tributo alla storica punk band. Qui le ritmiche sono , ovviamente, rallentate rendendo particolare questa canzone.
Il primo disco si conclude con un tre canzoni molto diverse tra loro.
La prima, ‘Sleight of Hand’, è pacata, sostenuta da una melodia sognante e dalla voce di Vedder che quasi recita il meraviglioso testo.
A seguire ‘All or None’, che chiude anche l’ultimo lavoro dei Pearl Jam, una splendida ballata arricchita da uno dei migliori assoli di Mike McCready.
Ultima ma non meno importante la versione acustica della velocissima e quasi “incomprensibile” ‘Lukin’.

Il secondo disco si apre con quella che è la canzone conclusiva di Binaural, ovvero ‘Parting Ways’.
Quella che sembrava essere la canzone che avrebbe separato le strade dei cinque musicisti, invece le ricompone, anticipando il secondo brano inedito (anch’esso presente su Lost Dogs): ‘Down’,
un brano veloce, forse giustamente scartato da Riot Act in quanto lontano dalle atmosfere del disco.
Se al ritorno da una breve pausa Vedder si diverte a suonare ‘Can’t keep’ in un’ inedita versione voce-ukulele, il poker successivo messo in tavola è composta da quattro assi come ‘Dead man’ (composta per la colonna sonora dell’omonimo film), la cover della dylaniana ‘Masters of War’, l’intensa ‘Black’ (con il pubblico che canta il verso finale, a dimostrazione dell’affetto che esiste verso i PJ) e ‘Crazy Mary’.
I cinque si cimentano poi in un classico del country-folk, ‘25 Minutes to go’, per poi chiudere in bellezza con due classici: ‘Daughter’ e ‘Yellow Ledbetter’.
Dopo questa lunga descrizione, minuziosa e particolareggiata, non si può che giungere ad una conclusione, l’unica possibile.
I Pearl Jam rappresentano un punto stabile nel panorama musicale mondiale.
Una band che è sopravvissuta al grunge ed è arrivata fino ad oggi, facendosi strada a testa alta tra la musica dei teen-idol e il rap, non può che meritare rispetto. Ma non solo per questi motivi.
La loro musica è pregna di quella genuinità che sempre più raramente si trova nella musica odierna, schiava del digitale e del mercato televisivo.
I Pearl Jam sono unici nel loro genere e questo live acustico non rappresenta un punto di arrivo, bensì un nuovo inizio.

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  agosto 2004
 
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