Non è la compilation
la vera notizia, piuttosto il ritorno sulle scene dei folletti
di Boston. Oltre a “Wave Of Mutilation” c’è
infatti un DVD alle porte e, soprattutto, un tour già
cominciato.
Lo strillo pubblicitario del CD è molto prevedibile:
“La band che ha ispirato Kurt Cobain e la generazione
grunge” serve soprattutto per i neofiti. Ma tali catecumeni
hanno tutto il mio appoggio morale. Devono conoscere questa
band.
Ventitré canzoni in un CD antologico, comunque non
poche, e non un inedito, uno dico, che sia tale per il fan
al completo (“Into The White” e “Winterlong”
di Neil Young sono lati B). Operazione memoria per chi davvero
l’ha corta. O, appunto, per chi dovrebbe conoscere
i Pixies. Nessuno è dispensato.
Perché ho comprato “Wave Of Mutilation”?
Mancano ancora all’appello della mia collezione personale
“Bossanova” e “Trompe Le Monde”
(e ho solo sentito la raccolta di B-side), mancanze a cui
rimedierò al più presto possibile. Ma soprattutto
mi interessava parlarne. Cosa c’è di speciale?
Constatare che i brani suonano splendidi, più attuali
dell’attualità e più moderni dei contemporanei,
a una quindicina d’anni dalla loro incisione. Sull’interregno
indelebile dei Pixies, come dopo la fiesta di Hemingway,
il sole sorge ancora. E noi, che non amiamo il sangue, non
alla corrida, ma alla quadriglia/rodeo di “Vamos”
un giretto lo facciamo sempre volentieri.
Le canzoni non sono in ordine cronologico per album, però
quasi. Da come sfrigola, “Bone Machine” è
la canzone perfetta per iniziare la compilation, benché
aprisse il secondo disco, “Surfer Rosa” (1988),
e non il primo. I brani da “Come On Pilgrim”
(1987) partono in fila subito dopo: gli accordi di flamenco
di “Nimrod’s Son”, l’ondata azzurra
di “Holiday Song” e l’esotismo sotto spirito
di “Caribou”. Rewind della memoria alla seconda
metà degli anni ’80: quale gruppo di allora
aveva spunti punk, indie rock, folk(llorisitici), country,
latini, andalusi, caraibici, mesopotamici, polinesiani?
Neppure i Jane’s Addiction, tornati anche loro a calcare
le scene di recente, che erano rockettari illuminati (hard,
new wave, punk, art rock, folk, psichedelia). Invece i quattro
tauromachi e taumaturghi di Boston - Charles Michael Kitteridge
Thompson IV ossia Black Francis o Frank Black (voce, chitarra
ritmica), Joey Santiago (chitarra solista), Kim Deal (basso,
voce), David Lovering (batteria) – erano il pop chitarristicamente
più corrosivo, talvolta parodistico. Ma in questo,
geniale.
Proprio l’uso imprevedibile dei canoni pop era la
loro fumante tazza di tè. La canzone dei Pixies diventa
meno una forma standard e più una serie di colpi
a sorpresa, meno un esercizio lineare di stile e assai più
un frullato di idee, di genio frullato a sua volta come
un puzzle di generi (squittisce “Broken Face”:
ma è punk, pop, indie rock, noise rock, hard rock
o cos’altro?). A partire dall’uso delle dinamiche,
degli stop & go e poi del rumore come tonico della melodia
(per i Sonic Youth era un po’ scardinamento, un po’
negazione, un po’ tavolo autoptico; per i Jesus &
Mary Chain una maschera; per i Dinosaur Jr. un anestetico),
quindi della giustapposizione più radicale tra il
normale e il distorto, lo sbalzo netto tra piano e forte,
tra il “soft & quiet” e il “loud &
hard” (parole originali di Kurt Cobain), il quartetto
di Boston è il maestro di Nirvana e primi Radiohead.
Si può ripetere il medesimo giro di “Debaser”
(la canzone cinefila) con il distorsore spento o caricato
al massimo, e di conseguenza si allenta o stringe la morsa
sull’ascoltatore senza neanche bisogno di cambiare
troppo gli accordi. Per questo “Smells Like Teen Spirit”
dei Nirvana fu il tentativo di stracciare Francis, Deal,
Santiago e Lovering sullo stesso terreno.
Ancora più caratteristica dei Pixies, la formula
con strofa col solo basso, batteria e voce, magari in minore
o in maggiore lo stesso, in “Tame” (la canzone
cinofila) o “Gigantic”, e quindi ritornello
esplosivo, magari in maggiore, tutto da cantare, magari
urlare, è diventata la formula del grunge, vedi le
nirvaniane “Sliver”, “In Bloom”,
“Lithium” e i loro cloni. C’è un
nesso tra “Gigantic” e “Come As You Are”,
nonostante quest’ultima fosse in realtà “Eighties”
dei Killing Joke; come più di un nesso sembra esserci
anche tra l’arpeggio di “Where Is My Mind?”
e “Creep” dei Radiohead, benché il gruppo
di Oxford espettorasse ogni sentimento ma non l’ironia
(che per ogni pezzo dei Pixies era come il latte per un
gelataio che non usi la soia o le polveri).
E vogliamo dire una volta per tutte che “Gouge Away”
sola basta a mettere fuori gioco l’intero catalogo
dei Bush (ma lì ci vuole poco)? L’unica volta
che Gavin Rossdale non mentì neanche a se stesso,
pur di negare il suo plagio continuo dei Nirvana, fu quando
disse di aver scelto Steve Albini in funzione di “Razorblade
Suitcase” non perché produttore di “In
Utero”, bensì di “Surfer Rosa”.
Ciò che, per assurdo, testimonia la sua buona fede
(!) è che l’artwork sul secondo disco dei Bush
sia di Vaughan Oliver, il bravissimo grafico della 4AD e
quindi dei Pixies. La differenza tra “Gouge Away”
e “Tame” è che “Gouge Away”
ha un ritornello lievemente isterico; quello di “Tame”
è molto isterico.
L’anastrofe continua, tra ritmo e melodia, ritornello
e strofa, voce e chitarra solista, voce maschile e voce
femminile, rendeva e rende imprevedibili le tante tipologie
di brano alla Pixies. “Gigantic” ha come pilastro
la linea di basso, la campata è nel gioco ad elastico
della chitarra prima del ritornello, ma il ponte non è
completo fino a quel chorus semplice e esplosivo che apre
tutte le valvole aerodinamiche. Non sono, invece, le strofe
di “Where Is My Mind” tutto un lievitare mentre
il refrain è calma piatta? E il “verse”
di “Debaser”, pur con delle sovrapposizioni
diverse, serve ancora da base per il trascinante finale
lanciato. Ma penso di non dover neppure spiegare a chi conosce
il quartetto perché la sequenza dal pezzo 9 al 15
di “Wave Of Mutilation - Best Of Pixies” sia
il best dentro il best: “Monkey Gone To Heaven”,
“Gouge Away”, “Wave Of Mutilation”,
“Here Comes Your Man”, “Tame” e
“Where Is My Mind?”. Tutte, tranne “Where
Is My Mind?”, contenute in “Doolittle”
(1988). Per alcuni il capolavoro assoluto, per altri l’inizio
della decadenza, forse entrambe le cose. Ma sono stupende
tutte le sue canzoni. “Monkey Gone To Heaven”
parte dalla ionizzazione dell’atmosfera prima di un
temporale per diventare subacquea; e mentre si beatificano
i quadrumani siamo piuttosto immersi in un delfinario a
nuotare coi cetacei. Ancora oceanografia per “Wave
Of Mutilation”, come surfeggiare su di un vero tsunami,
da un ritmo sismico che apre la piaghe della terra.
Il quartetto dei Pixies combinato in modo eccentrico e irripetibile.
La tavola solista di Joey Santiago, uno dallo stile economico,
oltre a inventarsi la chitarra come spranga (“Tame”),
la chitarra elastico (“Gigantic”), la chitarra
molla scacciapensieri (“Here Comes Your Man”)
poteva seguire da vicino la melodia vocale (sempre “Here
Come Your Man”) e commuovere con un melanoma di assolo
(“Monkey Gone To Heaven”) che non era neanche
un assolo ma la risposta a un invito alla poesia: “Rock
Me, Joe”. Se un assolo rockista è un arcipelago,
i suoi sono atolli di madrepora in un oceano tropicale.
Non che la chitarra ritmica di Black Francis non avesse
altrettanto estro e stranezza, e così sua stessa
la voce corpulenta e stridula alla quale faceva da antidoto
femmineo il controcanto di Kim Deal. La voce della Deal
era importante quanto il suo basso, da sola e nelle armonie
vocali magia/bevi uomo/donna, altro segno della grandezza
dei Pixies. Infine David Lovering poteva essere gentile,
pestone o frenetico.
I testi di Francis erano surreali e folli, spesso dei compiti
fatti all’ultimo minuto, infilandoci filastrocche
sulla numerologia (se l’uomo è 5, il diavolo
è 6, Dio è 7) dentro “Monkey Gone To
Heaven” e il rasoio di “Debaser”, che
non è quello di Occam, bensì quello di Buñuel.
Poi venne Bossanova (1990). Mentre l’inizio di “Velouria”
deve essere passato tale e quale in qualche standard post
grunge, il razzo “Alison” è davvero “qualcosa
di travolgente” da fare invidia a Jonathan Demme.
Mandatelo nello spazio e venusiani, marziani, vulcaniani
penseranno che la Terra sia diventata un posto migliore.
Tra le altre cose, gli ultimi Pixies si trovarono ad aprire
alcune date dei colossi U2, però gli irlandesi una
canzone bella e strana come “Digging For Fire”
non l’ebbero mai. Il buffo è che qui i due
stili quasi si assomigliano. Ma ai punti vincono i Pixies:
meno messia, per nulla profeti in patria (l’America
di Reagan, Bush e MTV idolatrava altro) e più simpatici.
Non profeti in patria perché ebbero più stima
e ammirazione oltremanica, essendo pure sotto contratto
con un’etichetta inglese, la 4AD. Non entrarono mai
nei posti altissimi delle classifiche americane. Avrebbe
potuto farlo “Trompe Le Monde” (1991), in ragione
degli alisei che spirano sulla coda di “Alec Eiffel”;
non fu così, e sarebbe bello se esistesse davvero
il pianeta del suono, dove i gruppi giovani avessero altrettanta
fantasia dei folletti e non si accontentassero di un “The”
davanti al nome, abiti alla moda e riff di seconda mano.
Che bel pianeta sarebbe.
I Pixies erano sciolti dal 1993, e da allora sono usciti
“Death To Pixies” (1997, un’antologia),
B-Sides, BBC e un omonimo del 2002, con i brani esclusi
da “Come On Pilgrim” (anche prove per futuri
pezzi da album). Dopo la diaspora dei quattro, le cose migliori
sono venute da Kim Deal con i/le Breeders.
Pensate a “Wave Of Mutilation” come a un saggio
(anche se non c’è uno straccio di bio o nota
critica nel libretto), nel modo in cui la disposizione delle
tracce sembra indurre a fare. O a un assaggio per chi non
ha ancora né “Surfer Rosa” né
“Doolittle”. Come su tutte le antologie, c’è
da discutere su certe scelte a discapito di altre, ma il
materiale è davvero di primissima qualità.
Otto all’idea della selezione, ma la banda è
una di quelle da 10 e lode. E qui c’è veramente
il meglio dei Pixies. |