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PIXIES recensione PIXIES PIXIES PIXIES
Wave Of Mutilation – Best Of Pixies
label: 4 AD (2004)
formato: CD
genere: indie rock
riferimenti: My Bloody Valentine, Mudhoney, Throwing Muses, The Breeders
links: http://www.pixiesmusic.com/
voto: 9

Non è la compilation la vera notizia, piuttosto il ritorno sulle scene dei folletti di Boston. Oltre a “Wave Of Mutilation” c’è infatti un DVD alle porte e, soprattutto, un tour già cominciato.
Lo strillo pubblicitario del CD è molto prevedibile: “La band che ha ispirato Kurt Cobain e la generazione grunge” serve soprattutto per i neofiti. Ma tali catecumeni hanno tutto il mio appoggio morale. Devono conoscere questa band.
Ventitré canzoni in un CD antologico, comunque non poche, e non un inedito, uno dico, che sia tale per il fan al completo (“Into The White” e “Winterlong” di Neil Young sono lati B). Operazione memoria per chi davvero l’ha corta. O, appunto, per chi dovrebbe conoscere i Pixies. Nessuno è dispensato.
Perché ho comprato “Wave Of Mutilation”? Mancano ancora all’appello della mia collezione personale “Bossanova” e “Trompe Le Monde” (e ho solo sentito la raccolta di B-side), mancanze a cui rimedierò al più presto possibile. Ma soprattutto mi interessava parlarne. Cosa c’è di speciale? Constatare che i brani suonano splendidi, più attuali dell’attualità e più moderni dei contemporanei, a una quindicina d’anni dalla loro incisione. Sull’interregno indelebile dei Pixies, come dopo la fiesta di Hemingway, il sole sorge ancora. E noi, che non amiamo il sangue, non alla corrida, ma alla quadriglia/rodeo di “Vamos” un giretto lo facciamo sempre volentieri.
Le canzoni non sono in ordine cronologico per album, però quasi. Da come sfrigola, “Bone Machine” è la canzone perfetta per iniziare la compilation, benché aprisse il secondo disco, “Surfer Rosa” (1988), e non il primo. I brani da “Come On Pilgrim” (1987) partono in fila subito dopo: gli accordi di flamenco di “Nimrod’s Son”, l’ondata azzurra di “Holiday Song” e l’esotismo sotto spirito di “Caribou”. Rewind della memoria alla seconda metà degli anni ’80: quale gruppo di allora aveva spunti punk, indie rock, folk(llorisitici), country, latini, andalusi, caraibici, mesopotamici, polinesiani? Neppure i Jane’s Addiction, tornati anche loro a calcare le scene di recente, che erano rockettari illuminati (hard, new wave, punk, art rock, folk, psichedelia). Invece i quattro tauromachi e taumaturghi di Boston - Charles Michael Kitteridge Thompson IV ossia Black Francis o Frank Black (voce, chitarra ritmica), Joey Santiago (chitarra solista), Kim Deal (basso, voce), David Lovering (batteria) – erano il pop chitarristicamente più corrosivo, talvolta parodistico. Ma in questo, geniale.
Proprio l’uso imprevedibile dei canoni pop era la loro fumante tazza di tè. La canzone dei Pixies diventa meno una forma standard e più una serie di colpi a sorpresa, meno un esercizio lineare di stile e assai più un frullato di idee, di genio frullato a sua volta come un puzzle di generi (squittisce “Broken Face”: ma è punk, pop, indie rock, noise rock, hard rock o cos’altro?). A partire dall’uso delle dinamiche, degli stop & go e poi del rumore come tonico della melodia (per i Sonic Youth era un po’ scardinamento, un po’ negazione, un po’ tavolo autoptico; per i Jesus & Mary Chain una maschera; per i Dinosaur Jr. un anestetico), quindi della giustapposizione più radicale tra il normale e il distorto, lo sbalzo netto tra piano e forte, tra il “soft & quiet” e il “loud & hard” (parole originali di Kurt Cobain), il quartetto di Boston è il maestro di Nirvana e primi Radiohead. Si può ripetere il medesimo giro di “Debaser” (la canzone cinefila) con il distorsore spento o caricato al massimo, e di conseguenza si allenta o stringe la morsa sull’ascoltatore senza neanche bisogno di cambiare troppo gli accordi. Per questo “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana fu il tentativo di stracciare Francis, Deal, Santiago e Lovering sullo stesso terreno.
Ancora più caratteristica dei Pixies, la formula con strofa col solo basso, batteria e voce, magari in minore o in maggiore lo stesso, in “Tame” (la canzone cinofila) o “Gigantic”, e quindi ritornello esplosivo, magari in maggiore, tutto da cantare, magari urlare, è diventata la formula del grunge, vedi le nirvaniane “Sliver”, “In Bloom”, “Lithium” e i loro cloni. C’è un nesso tra “Gigantic” e “Come As You Are”, nonostante quest’ultima fosse in realtà “Eighties” dei Killing Joke; come più di un nesso sembra esserci anche tra l’arpeggio di “Where Is My Mind?” e “Creep” dei Radiohead, benché il gruppo di Oxford espettorasse ogni sentimento ma non l’ironia (che per ogni pezzo dei Pixies era come il latte per un gelataio che non usi la soia o le polveri).
E vogliamo dire una volta per tutte che “Gouge Away” sola basta a mettere fuori gioco l’intero catalogo dei Bush (ma lì ci vuole poco)? L’unica volta che Gavin Rossdale non mentì neanche a se stesso, pur di negare il suo plagio continuo dei Nirvana, fu quando disse di aver scelto Steve Albini in funzione di “Razorblade Suitcase” non perché produttore di “In Utero”, bensì di “Surfer Rosa”. Ciò che, per assurdo, testimonia la sua buona fede (!) è che l’artwork sul secondo disco dei Bush sia di Vaughan Oliver, il bravissimo grafico della 4AD e quindi dei Pixies. La differenza tra “Gouge Away” e “Tame” è che “Gouge Away” ha un ritornello lievemente isterico; quello di “Tame” è molto isterico.
L’anastrofe continua, tra ritmo e melodia, ritornello e strofa, voce e chitarra solista, voce maschile e voce femminile, rendeva e rende imprevedibili le tante tipologie di brano alla Pixies. “Gigantic” ha come pilastro la linea di basso, la campata è nel gioco ad elastico della chitarra prima del ritornello, ma il ponte non è completo fino a quel chorus semplice e esplosivo che apre tutte le valvole aerodinamiche. Non sono, invece, le strofe di “Where Is My Mind” tutto un lievitare mentre il refrain è calma piatta? E il “verse” di “Debaser”, pur con delle sovrapposizioni diverse, serve ancora da base per il trascinante finale lanciato. Ma penso di non dover neppure spiegare a chi conosce il quartetto perché la sequenza dal pezzo 9 al 15 di “Wave Of Mutilation - Best Of Pixies” sia il best dentro il best: “Monkey Gone To Heaven”, “Gouge Away”, “Wave Of Mutilation”, “Here Comes Your Man”, “Tame” e “Where Is My Mind?”. Tutte, tranne “Where Is My Mind?”, contenute in “Doolittle” (1988). Per alcuni il capolavoro assoluto, per altri l’inizio della decadenza, forse entrambe le cose. Ma sono stupende tutte le sue canzoni. “Monkey Gone To Heaven” parte dalla ionizzazione dell’atmosfera prima di un temporale per diventare subacquea; e mentre si beatificano i quadrumani siamo piuttosto immersi in un delfinario a nuotare coi cetacei. Ancora oceanografia per “Wave Of Mutilation”, come surfeggiare su di un vero tsunami, da un ritmo sismico che apre la piaghe della terra.
Il quartetto dei Pixies combinato in modo eccentrico e irripetibile. La tavola solista di Joey Santiago, uno dallo stile economico, oltre a inventarsi la chitarra come spranga (“Tame”), la chitarra elastico (“Gigantic”), la chitarra molla scacciapensieri (“Here Comes Your Man”) poteva seguire da vicino la melodia vocale (sempre “Here Come Your Man”) e commuovere con un melanoma di assolo (“Monkey Gone To Heaven”) che non era neanche un assolo ma la risposta a un invito alla poesia: “Rock Me, Joe”. Se un assolo rockista è un arcipelago, i suoi sono atolli di madrepora in un oceano tropicale. Non che la chitarra ritmica di Black Francis non avesse altrettanto estro e stranezza, e così sua stessa la voce corpulenta e stridula alla quale faceva da antidoto femmineo il controcanto di Kim Deal. La voce della Deal era importante quanto il suo basso, da sola e nelle armonie vocali magia/bevi uomo/donna, altro segno della grandezza dei Pixies. Infine David Lovering poteva essere gentile, pestone o frenetico.
I testi di Francis erano surreali e folli, spesso dei compiti fatti all’ultimo minuto, infilandoci filastrocche sulla numerologia (se l’uomo è 5, il diavolo è 6, Dio è 7) dentro “Monkey Gone To Heaven” e il rasoio di “Debaser”, che non è quello di Occam, bensì quello di Buñuel.
Poi venne Bossanova (1990). Mentre l’inizio di “Velouria” deve essere passato tale e quale in qualche standard post grunge, il razzo “Alison” è davvero “qualcosa di travolgente” da fare invidia a Jonathan Demme. Mandatelo nello spazio e venusiani, marziani, vulcaniani penseranno che la Terra sia diventata un posto migliore. Tra le altre cose, gli ultimi Pixies si trovarono ad aprire alcune date dei colossi U2, però gli irlandesi una canzone bella e strana come “Digging For Fire” non l’ebbero mai. Il buffo è che qui i due stili quasi si assomigliano. Ma ai punti vincono i Pixies: meno messia, per nulla profeti in patria (l’America di Reagan, Bush e MTV idolatrava altro) e più simpatici.
Non profeti in patria perché ebbero più stima e ammirazione oltremanica, essendo pure sotto contratto con un’etichetta inglese, la 4AD. Non entrarono mai nei posti altissimi delle classifiche americane. Avrebbe potuto farlo “Trompe Le Monde” (1991), in ragione degli alisei che spirano sulla coda di “Alec Eiffel”; non fu così, e sarebbe bello se esistesse davvero il pianeta del suono, dove i gruppi giovani avessero altrettanta fantasia dei folletti e non si accontentassero di un “The” davanti al nome, abiti alla moda e riff di seconda mano. Che bel pianeta sarebbe.
I Pixies erano sciolti dal 1993, e da allora sono usciti “Death To Pixies” (1997, un’antologia), B-Sides, BBC e un omonimo del 2002, con i brani esclusi da “Come On Pilgrim” (anche prove per futuri pezzi da album). Dopo la diaspora dei quattro, le cose migliori sono venute da Kim Deal con i/le Breeders.
Pensate a “Wave Of Mutilation” come a un saggio (anche se non c’è uno straccio di bio o nota critica nel libretto), nel modo in cui la disposizione delle tracce sembra indurre a fare. O a un assaggio per chi non ha ancora né “Surfer Rosa” né “Doolittle”. Come su tutte le antologie, c’è da discutere su certe scelte a discapito di altre, ma il materiale è davvero di primissima qualità. Otto all’idea della selezione, ma la banda è una di quelle da 10 e lode. E qui c’è veramente il meglio dei Pixies.

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  maggio 2004
 
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