Che il nuovo disco della cara
Polly Jean sarebbe arrivato più secco, era nelle
premesse logiche sventolate alla vigilia, insomma un fatto
già dato prima di schiacciare “play”.
Meno che a tratti avrei risentito la PJ asciutta (lei direbbe
“dry”) e scheletrica dei “4 Track Demos”,
in una specie versione lo-fi del trio monco di un elemento.
Parte con un blues scordato e lo trasforma in una prodiga
ballata: è così già in “The Life
& Death Of Mr. Badmouth”, le gambe accavallate
tra una title-track (“Rid Of Me”) ed un’altra
(“To Bring You My Love”). Bella sorpresa.
Polly!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
È tornata.
Al di là della gradita notizia in sé, “Uh
Huh Her” doveva dire cose importanti. Quattro anni
passati da “Stories From The City, Stories From The
Sea”, l’album cittadino da taluni bistrattato
(che certo non è il migliore di PJ ma neppure così
malvagio): tanti, e la Harvey, da New York, si è
ritratta a casa sua, in quel Dorset inglese da cui fa la
spola, adesso, con Los Angeles, ha scritto, si è
arrangiata da sé, arrangiando, invece, molto meno;
limitandosi, come si dice in questi casi, alle cose essenziali.
Intanto la permuta di accordi folk che tende tutta la progressione
di “Shame” si allarga, abbraccia un organo esterno,
sembra così introdurre un elemento di distanza in
un primissimo piano molto emotivo: l’esagerazione
(“mi butterei nel fuoco per te”) e una massima
(“shame is the shadow of love”). Per me, la
canzone più bella. O perlomeno la meglio riuscita.
L’album è stato preregistrato tutto tra le
mura domestiche di casa Harvey, e di lì portato in
uno studio vicino. Materiale autoprodotto in cui Rob Ellis
ha suonato le batteria e le percussioni, Head ha partecipato
al mixaggio. Il resto è tutto di Polly Jean. In analogico.
Un po’ cafona. Polly? No, ma “Who The Fuck?”
sì. E non perché sia di questa cafoneria sui
generis (su questo bisogna intenderci bene, ma nessuno,
penso, avrà frainteso), “Who The Fuck?”
sembra quasi prodotta da Steve Albini. La chitarra è
un’interruzione nevrotica, diaframma di un respiro
trattenuto in apnea, iperventilato, poi intermittente, bloccato,
ruggito. La tante volte accostata(si) a Patti Smith PJ Harvey,
in questo caso, sembra una mora Kim Gordon. C’è
il raschiamento di tutto ciò che è romantico
da una relazione interpersonale, con la repulsa di “Sheela-Na-Gig”
che ritorna indietro all’uomo, meritato effetto boomerang.
Disorientano i testi, disorienta ancora di più il
libretto, con la composizione di foto e bigliettini scritti
a mano. Mai viste tante indicazione per i recensori: “io
suono tutto”, “batteria registrata in un piccolo
spazio”, “non sto cercando la continuità
del suono”. Poi un “pop hit”, non si capisce
se affibbiato a “The Letter”, un “se stai
lottando con una canzone, scarta quello che ti piace”.
E pezzi di testo.
Il tamburello, una chitarra suonata piano che scintilla
come un pugnale: “Pocket Knife”, più
che dell’arma tagliente, canta di un vestito che non
si vuole indossare (come in “Dress”, solo che
stavolta non è l’abito da sera a essere nominato,
bensì quello nuziale). Chitarre con il cuore di vetro
sono quelle del singolo “The Letter”, dove la
grafologia (si parla di una curva nella lettera g) si incunea
in una serie metafisica di doppi sensi. La sorpresa del
ritornello deriverà pure da un’imperfezione
tecnica ma è oltremodo graffiante, uno squarcio deleterio
e sublime come nella migliore Polly. Di segno opposto, però
altrettanto d’autrice, sono l’effetto sedativo
che hanno le terzine di “The Slow Drug”, dalla
poesia più simbolista, e l’acustica “No
Child Of Mine”, tutta in un giro/mantra da un minuto
contato. Il suono di chitarra torna a farsi rovinoso (ciclonico
è un po’ troppo) con “Cat On The Wall”,
che dimostra ancora una volta come la struttura inizialmente
ruvida, monocorde, di queste canzoni, abbia modo di essere
stratificata nel suo corso d’opera.
Rimane da dire di “You Come Through”, “It’s
You”, dello strumentale “The End” dedicato
a Vincent Gallo, di un curioso raccordo con suoni naturali.
Di PJ che fa la poetessa cantastorie in “The Desperate
Kingdom Of Love”, increspata da un indurirsi dell’acustica,
ballata sapida di folk al confessionale. Chiude “The
Darker Days Of Me & Him”: ancora, come (sop)portare
il suo amore. Non sempre al massimo delle sue possibilità,
Polly estrae comunque alcune sequenze di versi po(p)etici
davvero degni di nota: “Raccoglierò i pezzi,
tirerò avanti in qualche modo, riattaccherò
insieme le parti rotte con il nastro adesivo”, il
tutto per “portare zoppicante in giro questo amore”.
Fine.
Manca qualcosa per essere “Rid Of Me” o “To
Bring You My Love”, forse irraggiungibili, però
i demoni e i turbamenti affettivi della titolare non vorremmo
mai vederli cancellati da qualcosa di meno conturbante.
Diamogli un voto alto, siamo indulgenti con un album che
con se stesso sembra esserlo meno, che non cerca la via
facile e elegante, che si dimostra pietra grezza. Dura la
pietra, duro il disco con se stesso. Ma VERO. Arrivata per
sottrazione, non per anoressia, a farsi fotografa di se
stessa (quella dei 4 Track Demos, piuttosto, si radiografava),
Polly si esprime così nel suo nuovo album. Per riduzione.
Perché tutto ciò che conta sono la sua voce
e la sua storia. È tutto lì, eppure….
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