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PJ HARVEY recensione PJ HARVEY PJ HARVEY
Uh Huh Her  
label: Island (2004)
formato: CD
genere: Alternative Pop/Rock, Indie Rock
riferimenti: Shannon Wright, Lisa Germano
link: http://www.pjharvey.net/

Che il nuovo disco della cara Polly Jean sarebbe arrivato più secco, era nelle premesse logiche sventolate alla vigilia, insomma un fatto già dato prima di schiacciare “play”. Meno che a tratti avrei risentito la PJ asciutta (lei direbbe “dry”) e scheletrica dei “4 Track Demos”, in una specie versione lo-fi del trio monco di un elemento. Parte con un blues scordato e lo trasforma in una prodiga ballata: è così già in “The Life & Death Of Mr. Badmouth”, le gambe accavallate tra una title-track (“Rid Of Me”) ed un’altra (“To Bring You My Love”). Bella sorpresa.
Polly!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
È tornata.
Al di là della gradita notizia in sé, “Uh Huh Her” doveva dire cose importanti. Quattro anni passati da “Stories From The City, Stories From The Sea”, l’album cittadino da taluni bistrattato (che certo non è il migliore di PJ ma neppure così malvagio): tanti, e la Harvey, da New York, si è ritratta a casa sua, in quel Dorset inglese da cui fa la spola, adesso, con Los Angeles, ha scritto, si è arrangiata da sé, arrangiando, invece, molto meno; limitandosi, come si dice in questi casi, alle cose essenziali.
Intanto la permuta di accordi folk che tende tutta la progressione di “Shame” si allarga, abbraccia un organo esterno, sembra così introdurre un elemento di distanza in un primissimo piano molto emotivo: l’esagerazione (“mi butterei nel fuoco per te”) e una massima (“shame is the shadow of love”). Per me, la canzone più bella. O perlomeno la meglio riuscita.
L’album è stato preregistrato tutto tra le mura domestiche di casa Harvey, e di lì portato in uno studio vicino. Materiale autoprodotto in cui Rob Ellis ha suonato le batteria e le percussioni, Head ha partecipato al mixaggio. Il resto è tutto di Polly Jean. In analogico.
Un po’ cafona. Polly? No, ma “Who The Fuck?” sì. E non perché sia di questa cafoneria sui generis (su questo bisogna intenderci bene, ma nessuno, penso, avrà frainteso), “Who The Fuck?” sembra quasi prodotta da Steve Albini. La chitarra è un’interruzione nevrotica, diaframma di un respiro trattenuto in apnea, iperventilato, poi intermittente, bloccato, ruggito. La tante volte accostata(si) a Patti Smith PJ Harvey, in questo caso, sembra una mora Kim Gordon. C’è il raschiamento di tutto ciò che è romantico da una relazione interpersonale, con la repulsa di “Sheela-Na-Gig” che ritorna indietro all’uomo, meritato effetto boomerang.
Disorientano i testi, disorienta ancora di più il libretto, con la composizione di foto e bigliettini scritti a mano. Mai viste tante indicazione per i recensori: “io suono tutto”, “batteria registrata in un piccolo spazio”, “non sto cercando la continuità del suono”. Poi un “pop hit”, non si capisce se affibbiato a “The Letter”, un “se stai lottando con una canzone, scarta quello che ti piace”. E pezzi di testo.
Il tamburello, una chitarra suonata piano che scintilla come un pugnale: “Pocket Knife”, più che dell’arma tagliente, canta di un vestito che non si vuole indossare (come in “Dress”, solo che stavolta non è l’abito da sera a essere nominato, bensì quello nuziale). Chitarre con il cuore di vetro sono quelle del singolo “The Letter”, dove la grafologia (si parla di una curva nella lettera g) si incunea in una serie metafisica di doppi sensi. La sorpresa del ritornello deriverà pure da un’imperfezione tecnica ma è oltremodo graffiante, uno squarcio deleterio e sublime come nella migliore Polly. Di segno opposto, però altrettanto d’autrice, sono l’effetto sedativo che hanno le terzine di “The Slow Drug”, dalla poesia più simbolista, e l’acustica “No Child Of Mine”, tutta in un giro/mantra da un minuto contato. Il suono di chitarra torna a farsi rovinoso (ciclonico è un po’ troppo) con “Cat On The Wall”, che dimostra ancora una volta come la struttura inizialmente ruvida, monocorde, di queste canzoni, abbia modo di essere stratificata nel suo corso d’opera.
Rimane da dire di “You Come Through”, “It’s You”, dello strumentale “The End” dedicato a Vincent Gallo, di un curioso raccordo con suoni naturali. Di PJ che fa la poetessa cantastorie in “The Desperate Kingdom Of Love”, increspata da un indurirsi dell’acustica, ballata sapida di folk al confessionale. Chiude “The Darker Days Of Me & Him”: ancora, come (sop)portare il suo amore. Non sempre al massimo delle sue possibilità, Polly estrae comunque alcune sequenze di versi po(p)etici davvero degni di nota: “Raccoglierò i pezzi, tirerò avanti in qualche modo, riattaccherò insieme le parti rotte con il nastro adesivo”, il tutto per “portare zoppicante in giro questo amore”. Fine.
Manca qualcosa per essere “Rid Of Me” o “To Bring You My Love”, forse irraggiungibili, però i demoni e i turbamenti affettivi della titolare non vorremmo mai vederli cancellati da qualcosa di meno conturbante. Diamogli un voto alto, siamo indulgenti con un album che con se stesso sembra esserlo meno, che non cerca la via facile e elegante, che si dimostra pietra grezza. Dura la pietra, duro il disco con se stesso. Ma VERO. Arrivata per sottrazione, non per anoressia, a farsi fotografa di se stessa (quella dei 4 Track Demos, piuttosto, si radiografava), Polly si esprime così nel suo nuovo album. Per riduzione. Perché tutto ciò che conta sono la sua voce e la sua storia. È tutto lì, eppure….
Chi scrive più al giorno d’oggi? Chi scrive più COSI' al giorno d’oggi?

invia la tua recensione Tommaso Iannini
  giugno 2004
 
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