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THE POP GROUP
Y |
label: Radar (1979)
formato: LP
genere: Post-Punk
riferimenti: Maximum Joy, A Certain Ratio, P.I.L.
voto: 10 |
Ci sono nella storia del rock
lavori e situazioni che risplendono di una luce intensamente
umana e allo stesso tempo aliena, anche a distanza di venti
(Savage Republic), trenta (Pere Ubu), trentacinque (Can) o
quasi quarant’anni (Captain Beefheart). Ancora oggi
sono uno scoglio per gli ascoltatori, e un baluardo di attualità
talvolta sconcertante. “Y” del Pop Group è
un’esperienza tuttora sorprendente, se si esamina il
lucido anticipo con cui ha predetto il crossover o il trip-hop,
genere nato a Bristol, proprio come la banda di Mark Stewart.
Il gruppo nasce in seguito all’inseminazione punk. Un
nome qualunque, Pop Group, che nulla ha a che vedere con il
qualunquismo sonoro e ideologico in cui rischia di impantanarsi
allora quel movimento ribelle. L’andarsi a cercare -
e trovare - uno spazio attraverso l’autoproduzione (il
singolo “She’s Beyond Good And Evil”) e
l’imporre i diktat estetici, invece di subirli passivamente,
sono in piena etica do it yourself, il lascito più
fecondo del biennio ’76-’77. Ma l’approccio
formale del complesso è distante dalla secchezza dei
tre, due, uno, accordi punk, e, vista la data di pubblicazione,
“Y” entra a far parte della bacheca della migliore
new wave. Più avanti, in un certo senso, addirittura
dei Public Image; più sperimentale, persino, e apoditticamente
regressivo, rispetto agli stessi Gang Of Four.
Per quanto rigoroso, il suono si articola in modo del tutto
trasversale. Prendiamo il singolo uscito pochi mesi prima,
“She’s Beyond Good And Evil”. L’imprimatur
è dub, e tutto in levare, per questa sorta di reggae
in anamorfosi; è superlativo il modo in cui esso rallenta
di continuo un passo già cadenzato, scalando sempre
e solo su marce basse; una macchia solare caraibica scurita
nel fumo di un burnout motociclistico, dopo che una gara di
staccate e decelerazioni ovviamente dub fissa la sua direzione
tutta anse e curvature millimetriche. Un brano emozionante;
orecchiabile, se paragonato a quelli portanti di “Y”:
“Blood Money”, esercizio di proto hip-hop in mezzo
a un rito voodoo; “Snowgirl”, iniettata di cabaret
brechtiano; “Savage Sea”, che non dà, o
quasi, punti di riferimento; “Boys From Brazil”,
dove il folklore tribale da giungla stride con l’arcoscenico
free jazz, la materia sonora butta fuori i lapilli, la cenere
e una colata di lava incandescente da un’eruzione vulcanica
incontrollata. Attrae la forma libera impigliata negli ingranaggi
del ritmo; ritmo manipolato, spezzettato, conteso tra ordine
e caos. Mentre le razioni dub servono a sbilanciare e tagliuzzare
le più cerebrali accozzaglie sonore mai udite da quell’anno
di grazia, Mark Stewart, Garth Sager, Bruce Smith, i fondatori,
e gli altri – Simon Underwood e Jon Waddington - adoperano
il funk come machete in “Thief of Fire” e “Words
Disobey Me”, il surf in “We Are Time”, la
no wave in “Don’t Call Me Pain” per tagliare
la testa al toro in fatto di musica, di testi, di attitudine,
di stile, di tutto.
L’aura ideologica è da contestatori rivoluzionari
nichilisti, la condotta da cacciatori di scalpi (quella minacciosa
popolazione primitiva in copertina vorrà pur dire qualcosa).
A proposito di immagini, nel foglio interno i testi originali
campeggiavano minuti in rosso su un insieme di foto da Auschwitz
al Vietnam. L’impegno in favore di Amnesty International
si esprimeva quindi in denunce emesse con il tono dei predicatori
apocalittici. È a suo modo apocalittico, “Y”:
quella lettera unica nel titolo che si pronuncia come il “perché”
all’inglese, similitudine, tra l’altro, con l’EP
dei Discharge di due anni successivo; foto simili, ma musica
diversissima, ariana, se paragonata alle contaminazione etniche
del Pop Group, e senza più nemmeno la speranza. Il
nostro LP finisce infatti con “Don’t Sell Your
Dreams”, invito a tenere duro, a non mollare, nonostante
tutto. Non vivere nel sogno di qualcun altro. Piuttosto, essere
fedele al proprio incubo. “Y”, come il Marlowe
di Conrad, lo è fino in fondo. |
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