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PORT-ROYAL
Flares
label: Resonant (2005)
formato: CD
genere: post-rock
riferimenti: Sigur Ros, Mogwai, The Workhouse
links: http://www.port-royal.it/
voto: 9
Ispirazione e sensibilità. E' lungo questi binari che scorre il fiume di emozioni sotterranee distillate per noi dai genovesi Port-Royal. Quasi mai esordio fu più fulminante. Circa ottanta minuti di musica strumentale sognante che scorrono come in un'unica e dilatata sequenza sonora, rapiti come si è dal fascino ubriacante irradiato da questi dieci preziosi componimenti. E' tra tenui tinte post-rock ed echi ambientali ricchi di fascinazioni elettroniche che scorrono le magiche trame sonore ordite da questa giovane band italica (ohhh!), accasatasi per questo splendido debutto con l'inglese (guarda caso) e agguerrita Resonant.
In compagnia dei nostri ci immergiamo, sin da subito, nei fondali del subconscio, tra le rarefazioni dell' iniziale "Jeka", in un navigare solitario tra echi di voci ormai lontane. La seguente "Spetsnaz/Paul Leni" vive di soluzioni ritmiche variegate: rivoli di chitarre elettriche si susseguono lungo scansioni che alternano battiti acustici ed elettronici, mentre un algido drone avvolge tutta la materia sonora. L'arte introspettiva dei Port-Royal predilige inscenare il rapimento dei sensi, trafiggendo l'oscurità che ammanta la musica inespressiva con barbagli saettanti, come nel caso dell'epica suite "Zobione"; lungo le tre parti di cui essa si compone è possibile, tra drone glaciali, chitarre stravolte e synth, ammirare i movimenti indiscreti di terre emerse e sprofondate un attimo dopo, per sempre, nei silenzi immortalati dagli abissi dell'anima. Passato il maremoto, spiaggiamo placidamente sui flussi elettronici di "Karola Bloch", altro iridescente saggio e compendio delle possibilità autoctone di proseguire la ricerca nella direzione della destrutturazione della forma-canzone (senza arenarsi sulle intuizioni di Mogwai o Sigur Ros), ottenendo risultati eccellenti. La catarsi, infine, raggiunge il suo apogèo lungo le note dell'impareggiabile suite "Flares", anch'essa divisa in tre parti: la prima sequenza si estende dalle chitarre sonnolente avvolte nei fumi dei synth al giro tormentato del pianoforte, in un'alchimia sonora di rara bellezza che avvolge e stordisce sulla scia di beats elettronici; nella seconda parte è ancora sublime narcosi ad avvilupparci in un ascolto struggente e ossessivo, tra flutti argentati che schiumano memorie Slowdive e Sigur Ros; la terza parte ritorna ad un innesto massiccio di elettronica, concludendo più di venti minuti di autentico shock sinaptico. Un gradino sopra l'eccellenza.
invia la tua recensione Christian Chiovetta
  agosto 2005
 
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