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Ispirazione e sensibilità.
E' lungo questi binari che scorre il fiume di emozioni sotterranee
distillate per noi dai genovesi Port-Royal. Quasi mai esordio
fu più fulminante. Circa ottanta minuti di musica strumentale
sognante che scorrono come in un'unica e dilatata sequenza
sonora, rapiti come si è dal fascino ubriacante irradiato
da questi dieci preziosi componimenti. E' tra tenui tinte
post-rock ed echi ambientali ricchi di fascinazioni elettroniche
che scorrono le magiche trame sonore ordite da questa giovane
band italica (ohhh!), accasatasi per questo splendido debutto
con l'inglese (guarda caso) e agguerrita Resonant.
In compagnia dei nostri ci immergiamo, sin da subito, nei
fondali del subconscio, tra le rarefazioni dell' iniziale
"Jeka", in un navigare solitario tra echi di voci
ormai lontane. La seguente "Spetsnaz/Paul Leni"
vive di soluzioni ritmiche variegate: rivoli di chitarre elettriche
si susseguono lungo scansioni che alternano battiti acustici
ed elettronici, mentre un algido drone avvolge tutta la materia
sonora. L'arte introspettiva dei Port-Royal predilige inscenare
il rapimento dei sensi, trafiggendo l'oscurità che
ammanta la musica inespressiva con barbagli saettanti, come
nel caso dell'epica suite "Zobione"; lungo le tre
parti di cui essa si compone è possibile, tra drone
glaciali, chitarre stravolte e synth, ammirare i movimenti
indiscreti di terre emerse e sprofondate un attimo dopo, per
sempre, nei silenzi immortalati dagli abissi dell'anima. Passato
il maremoto, spiaggiamo placidamente sui flussi elettronici
di "Karola Bloch", altro iridescente saggio e compendio
delle possibilità autoctone di proseguire la ricerca
nella direzione della destrutturazione della forma-canzone
(senza arenarsi sulle intuizioni di Mogwai o Sigur Ros), ottenendo
risultati eccellenti. La catarsi, infine, raggiunge il suo
apogèo lungo le note dell'impareggiabile suite "Flares",
anch'essa divisa in tre parti: la prima sequenza si estende
dalle chitarre sonnolente avvolte nei fumi dei synth al giro
tormentato del pianoforte, in un'alchimia sonora di rara bellezza
che avvolge e stordisce sulla scia di beats elettronici; nella
seconda parte è ancora sublime narcosi ad avvilupparci
in un ascolto struggente e ossessivo, tra flutti argentati
che schiumano memorie Slowdive e Sigur Ros; la terza parte
ritorna ad un innesto massiccio di elettronica, concludendo
più di venti minuti di autentico shock sinaptico. Un
gradino sopra l'eccellenza. |
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