Da snob, quale sono, decido di non fare lo snob e messa una riga sul postmoderno “Ok computer” e sui minimal-space “Kid-A” e “Amnesiac” (il trittico forse più rappresentativo dei Radiohead) mi accingo a recensire il pop-ettaro “The Bends”. Chiarito che i Radiohead sono storicamente uno dei miei gruppi preferiti tento di dimostrare come TB sia il miglior disco di pop-rock di tutti i tempi o almeno il più perfetto. Questo non significa che sia un disco capolavoro o una delle pietre miliari del rock (è evidente che Beatles, The Smiths and co. hanno creato un pop molto più raffinato e geniale) ma che, formalmente, il pop-rock di TB è insuperabile e i R, gruppo enormemente saggio e astuto, hanno avuto la brillante idea di cambiare strada con il successivo OC. In TB ogni nota è al posto giusto, ogni melodia è ideale, ogni traccia è un potenziale singolo. TB è perfetto e levigato da qualunque parte lo si guardi. Gli Oasis o i Blur pregherebbero Dio tutti i santi giorni per poter riuscire a fare un album del genere perché è evidente che non sono mai riusciti ad andare oltre quei quattro o cinque singoloni per album. Eppure a Thom Yorke interessava ben altro che diventare un profeta del pop e vivere di rendita con una finta aria da dandy, litigando tutte le ore per qualsiasi sciocchezza (di chi sto parlando?): una volta pensionato TB, egli ha mirato più lontano ottenendo successi e fallimenti, ma con indubbio, innegabile coraggio. I Radiohead stanno tutti tra “Creep” (gli albori, ovvero la crisi post-adolescenziale di un genio incompreso) e “House of Cards” (la fine, ovvero lo spleen timidamente avanguardista di un artista maturo). In mezzo un sacco di roba, di invenzioni, di trovate, di cambi e ritorni. TB è il Thom Yorke di Creep che intravede la luce della gloria e traspira una felicità nascosta, sommessa incorniciata da una malinconia delicata. Thom Yorke è un po’ come me, si crogiola nella sua tristezza, soltanto che lui è un genio e io sono un nessuno senza arte né parte (sottile differenza).
Dicevamo che TB è perfetto ed anche la sua struttura dell’album è perfetta. Fateci caso, ogni album dei Radiohead ha una struttura che è più o meno simile: prima traccia straniante introdotta da un riff alieno (Planet Telex, Airbag, Everything in its right place, Packt like sardines in a crushd tin box), seconda traccia singolone-colonna portante dell’album o title-track (The bends, Paranoid Android, KidA, Pyramid Song), terza traccia più leggera e pop (High and dry, Subterreanean Homesick Alien, The national Anthem), poi almeno una traccia centrale in spleen Yorkiano ([nice dream], karma police, Idioteque, Knives out), un finale da brividi con chiusura melanconica (Street Spirit, The tourist, Motion Picture Soundtrack, Life in a Glasshouse). Ogni canzone si propone un certo scopo e lo realizza, il disco è come un juke-box di stati d’animo che molte volte risulta fin troppo indulgente: Thom Yorke è un demiurgo delle emozioni ed è capace di farti sentire come vuole lui a seconda di che musica suona. Bisogna decidere se lasciarsi trasportare o se analizzare il tutto con spirito critico. Nel primo caso non potrete più fare a meno di questo disco, nel secondo beh… lasciate perdere.
“Planet Telex” è già una grossa novità rispetto a “Pablo Honey”, solamente per l’ingresso eccentrico della chitarra-tremolo. Traccia che entra subito nel vivo senza soste, canto appassionato di Yorke e chitarra strillante di Greenwood e siamo già oltre il pop stile metà ’90 che impazzava all’epoca. Significato: il genio eccentrico e nichilista di Yorke.
“The bends” è clamorosa. Riffone di chitarra in apertura e melodia perfettamente in linea. Gioia incontenibile velata da uno strano senso di commozione. E’ pop-rock banale magari ma risplende di una pioggia di chitarre che viene direttamente dal cuore. Yorke comincia a giocare con il nostro cervello, lo ha già in pugno. E comunque ripeto ancora: perfezione formale. Significato: Yorke vittima del mondo, figlio della generazione X.
“High and Dry” introduce la ballata alla Yorke che tanto renderà famosi i Radiohead del primo periodo. Semi-acustico di raro gusto compositivo che ha ancora un posto fisso nel cuore dei fans radioheadiani e non. Yorke comincia a spleeneggiare e come lo fa bene… Significato: Yorke odia l’arroganza e l’aridità di spirito.
“Fake Plastic Trees” rincara la dose della ballatona acustica abbassando ancora i toni per poi concludere con un finale maestoso. Ora è praticamente solo lui, umile e casto, con il suo canto struggente. FPT si può amare o odiare: si può amare perché la melodia è tenerissima e soave e perché il canto di Yorke fa venire voglia di piangere, si può odiare perché è fin troppo indulgente e lenta e perché il canto è fin troppo strappalacrime e vittimista. Non si può negare però che i R sanno perfettamente ciò che stanno facendo al contrario di chi invece ha ambizioni smisurate che scoppiano in una bolla di sapone. Significato: Yorke odia l’ipocrisia e la falsità.
A questo punto Yorke finisce momentaneamente di piangersi addosso. E allora “Bones” riprende il filo del discorso dove l’aveva lasciato “The Bends”: chitarra-tremolo e ancora un pop-rock che farebbe lasciar perdere almeno un centinaio di gruppi di oggi. I radiohead li avevano avvertiti in anticipo: “Fratellis, Arctic Monkeys, Keane, Block Party, lasciate perdere! Abbiamo già fatto due album di queste cose, basta! Cambiate genere maledizione! o almeno produttore!” Eppure niente da fare, loro perseverano e come loro centinaia di gruppi. L’inghilterra non fa altro che sfornare gruppetti del cazzo che creano al massimo una canzone che vale quest’album, salgono sul piedistallo della “hall of fame” della musica mondiale per qualche mese e poi scompaiono nel nulla senza lasciare traccia. Dove sono finiti i Franz Ferdinand, seppur autori di un discreta premiere, che sembravano esser diventati i pionieri della brit-new-wave-pop-rock? “Bones” ha ritmica trascinante ed è ben suonata, gioiello pop-rock. Significato: Ancora Yorke vittima del mondo.
“[nice dream]” ritorna su sentieri pop-acustici travalicando, forse, il limite questa volta. Yorke diventa noioso a questo punto perfino patetico. In realtà poi in mezzo alla traccia si risveglia, concedendo anche a questo pezzo un suo particolare interesse. Significato: Yorke sogna un mondo migliore.
A questo punto però tutto viene rimesso in gioco da quello che, secondo me, è tra i migliori pezzi dell’album. “Just” è pop-rock eccentrico alla Yorke, che questa volta risulta più distaccato e sicuro di sé. Just suona come gli oasis non sono mai riusciti a fare: tocco di cabarettismo che poggia su chitarre aspre, cambi rapidi, stoppate intelligenti, ritmiche violenti e Johnny Greenwood che si diverte come un matto. E’ come se questo pezzo negasse tutto ciò che è stato fatto nei pezzi precedenti. La visione del mondo Radioheadiana completamente ribaltata. (Tra parentesi: uno dei video più belli della storia della musica, da gustare). Significato: la pazzia intrinseca di Yorke.
“My iron lung” prosegue sulla strada del rovesciamento degli ideali, proponendo un altro pezzo straniante con chitarra simil-sitar. Yorke e i R si sdoppiano presentandosi dapprima trattenuti e cauti poi esplosivi e violenti, per due volte consecutive. Significato: la pazzia intrinseca di Yorke nel contesto della generazione X.
“Bullet proof… i wish i was” è pezzo lentissimo, in equilibrio tra la voce concreta e malinconica di Yorke e l’atmosfera spaziale e alienante dei Radiohead. Un pezzo minore sicuramente, però assolutamente da non disprezzare. Inaugura il filone Radioheadiano che unisce realtà (incarnata dal presente) e sogno (incarnato dal futuro) che sarà il tema fondamentale dell’album seguente ed in parte di tutta la produzione successiva. Significato: l’inermità di Yorke di fronte alla società animale e mangiauomini.
“Black star” e “Sulk” sono due pezzi quasi identici che di solito considero sempre insieme, come una unica traccia. Incarnano chiaramente la tematica fondamentale dell’album pur essendo tracce minori. E’ l’apoteosi della Radiohead-music del primo periodo: chitarre rutilanti in evidenza saggiamente sporcate (mi verrebbe da dire sporcate con una pulizia senza pari…), melodie straordinarie, atmosfere bilanciate tra tristezza velata e spensieratezza giovanile. Qui finiscono i primi Radiohead che non torneranno più. Quanta gente avrà pianto e sarà rimasta delusa dopo aver atteso un seguito a questo TB per anni? Un seguito che non sarebbe mai arrivato. Eppure qualcosa si poteva e si doveva intuire a cominciare dalla fine di TB. “Street Spirit (fade out)” è già oltre, sia come mentalità che come approccio al canto e agli strumenti per non parlare del contenuto. L’arpeggio è scarno e stanco, Yorke è lontano anni luce, distaccato, freddo ma sofferente. Yorke non è più estremo, i Radiohead non sono più giovani esplosivi, ma vecchi sapienti. Rimane ancora la chitarra, alfiere della concretezza musicale, ma presto sparirà anche quella. Il futuro porterà i Radiohead ad una evoluzione particolare, da un rock grossolano ad uno minimale, con un processo di filtraggio della realtà in favore di un universo parallelo. Uniche costanti la verve compositiva di Yorke (mai venuta meno) e la creatività e professionalità dei suoi compagni di viaggio. |