Nelle orecchie ho ancora i suoni
di ieri sera a Pietra, un concertone che ha visto accanto
all’ energica e concreta performance dei Mirsie, una
scossa di elettricità targata hardcore che ha lasciato
parecchi in visibilio. I Redrum ieri sera hanno spaccato,.
concedetmi questo giovanilismo che l’anagrafe mi toglierebbe.
Un suono compatto, sicuramente impostato sugli stilemi del
genere, dagli stop and go di turno all’alternarsi di
momenti di convulsioni e di preparazione alle convulsioni.
E su questi un distintivo impatto frontale del cantante, Alfonso,
che ha riportato sottopelle già dal primo acchito l’impressione
che i fermenti del punk italiano degli anni ’80, se
Dio vuole, stentano a morire. Ma di solo hardcore si trattava?
Forse si, forse no. Forse era solo la confezione, ma sotto
si sentiva pulsante una forte spinta al distinguersi dalla
scena canonicamente definita. Il cantato in più occasione
ha riportato in vita il fantasma odiato e rimpianto dei primi
CCCP, con tutto quello che ne implica, ovvero l’essere
contemporaneamente dentro e fuori dalla scena. Anche le chitarre
si mescolano a qualcosa di più vicino al rock’n
roll di strada, veloce e fiero, e solo la sezione ritmica
tiene, come è giusto che sia, le più rigide
inquadrature del genere.
Metto il disco nel lettore a giorno ormai fatto, con un andirivieni
di acidini, ed un ronzio elettrico da radio fuori fase accompagna
il mio risveglio: per oggi Redrum è il buongiorno.
Attacco classico, ma senti la voce, a me ricorda il miglior
Ferretti, quello marziale e disperato, quello che puntava
il dito sulle storture del presente, lontano dalla retorica
del “tanto non mi capite”, ma con la fredda forza
dell’attacco e dell’invettiva. La stessa con cui
hanno chiuso il concerto, a suon di “Cinghiate”.
Lo stesso titolo “Non sei tu?” suggerisce quella
scomposizione monosillabica del testo di molte canzoni dei
CCCP.
Il concerto si ravviva nella memoria, un susseguirsi senza
posa di colpi di marca old school, con una precisione ed un
impatto di chi il genere lo padroneggia bene e ne emerge con
irruenza. E le canzoni si avvicendano senza nemmeno un calo
di tono, anzi arricchendosi di passaggi e stacchi ad effetto.
C’è spazio anche per una cover degli Arturo.
Già nella seconda “La formalità”
i suoni chitarra del disco si arricchiscono di effetti che
spostano l’asse del genere HC duro e puro a possibili
contaminazioni, anche se certi passaggi più melodici
risultano leggermente fiacchi. Cosa che, peraltro, nel live
non sembrava trasparire, e che forse è stata abrasa
in questi due anni che ci separano dall’uscita del cd.
“Meno di zero” invece attacca in maniera scontrosa,
il classico brano veloce che non indulge alla melodia nemmeno
quando lo fa palesemente.
Le ultime due canzoni presentano gli spunti più innovativi,
le chitarre risultano più gonfie e i passaggi più
ricercati, accostandosi ad un certo rock ‘n roll di
stampo garage. E il cantato ancora richiama nella forma ai
citati CCCP (è un brivido sentire “nella testa,
nelle mani” in Muoviti), ma è guerra nei significati,
dall’anti-immobilismo di “Muoviti” alla
disillusione di “Nel vuoto”.
Il cd passa all’ennesimo giro nel lettore e le immagini
del concerto si stemperano l’una nell’altra fino
alla fine. La curiosità spinge a cercare di più
e mi conferma l’idea di questo nuovo percorso dei Redrum
verso sonorità meno scarne e rigorose quando sento
“Invito a cena”, anticipazione del futuro nuovo
disco. Andate a trovare I Redrum o ai concerti (se potete,
dovete) o virtualmente su www.theredrum.com
, non ve ne pentirete. |