recensione recensione discografia review recensione biografia recensioni recensione articolo monografia buy order online oggetto: recensione
 
R.E.M. recensione R.E.M. R.E.M. recensione
Around The Sun  
label: Warner Records (2004)
formato: CD
genere: American Underground, Alternative Pop- Rock, Jangle Pop, College Rock
links: http://www.remhq.com/
voto: 6.5
E’ troppo facile criticare i REM per aver osato qualcosa di diverso nei loro ultimi tre dischi.
Around the sun non è certo il disco dell’ennesima svolta musicale, come era stato Up nel 1998 subito dopo la dipartita di Bill Berry, ma ha al suo interno le due anime degli ultimi R.E.M. in formazione ridotta: canzoni melodiche supportate dall’elettronica, mai eccessiva.
Qui la batteria non è solo elettronica e le tastiere in alcuni brani prevalgono (non sulla voce di Stipe) creando nell’ascoltatore una certa sorpresa.
Procediamo con ordine.
Il primo singolo estratto, Leaving New York, apre l’album e ci introduce nel nuovo mondo creato da Stipe,Buck e Mills. La parola d’ordine è amore. Atteggiamento atipico da parte di Stipe, che fin’ora se aveva parlato di amore lo aveva fatto in termini diversi, quasi negativi e distruttivi.
Come non ricordare quel <<Fire!>> al termine del ritornello di The one I love?
Leaving New York è una tipica ballata in perfetto stile R.E.M., che prende subito al primo ascolto, merito di una melodia trascinante e, diciamolo, di un video evocativo e poetico.
Leggendo i testi, l’amore iniziale lascia spazio alla rabbia e alla disillusione.
Se Electron blue presenta i R.E.M. nel lato più elettronico e sperimentale, The Outsider introduce una serie di canzoni che al lungo ascolto si rivelano le migliori di tutto il lotto.
In The Outsider, appunto, la sorpresa è grande quando alla voce di Stipe si aggiunge anche il rapper Q-Tip. In questa occasione i nostri sono riusciti a dosare la formula del rap all’interno della canzone, che risulta piacevole all’ascolto, in quanto il cantato di Q-Tip è più propriamente un “parlato”. Grazie al cielo.
E’ un cliché dei nostri tempi, invece, quello che pretende che le canzoni di protesta debbano essere sempre e solo aggressive. E’ facile scrivere testi pieni di frasi come <<Odio Bush>> etc.
Le canzoni politiche vanno ben oltre; chi ha intenzione di cimentarsi con tale “genere” dovrebbe ascoltare Final Straw, un brano che riporta i R.E.M. indietro di qualche anno, tanto la canzone è contaminata dal ritmo country-ballad in tono minore. Ed è incredibile come Stipe e Buck riescano ad intrecciare la semplice melodia della chitarra acustica (sono solo tre accordi) con un testo tagliente e una voce “seria”, quasi impostata, per dare luce ad una composizione portavoce dell’impegno politico dei tre di Athens. In ogni strofa della canzone, simile come struttura a Losing my religion in quanto priva di un ritornello definito, Stipe punta sempre più il dito contro il suo Presidente: <<there’s a voice in me that says you will not win>> o <<if the world were filled with the likes of you, then I’m putting up a fight, make it right>>.
Final Straw è preceduta da un brano dalla melodia perfetta che è Make it all ok.
Il piano è la colonna portante della canzone, al quale si aggiungono poco per volta la chitarra acustica e in ultimo una chitarra semi-distorta e i cori, soprattutto verso la fine, dove la canzone aumenta di intensità. Ancora una volta, in primo piano, ci sono le parole di Stipe
E proprio il cantante-messia accenna alla disillusione nei confronti delle credenze umane (religiose e non), ma forse è meglio non addentrarsi troppo nelle sue frasi intricate. Ciascuno le può interpretare a modo proprio, rendendole personali.
Un'altra canzone che musicalmente sembra guardare al passato dei R.E.M. è I wanted to be wrong. Con un arrangiamento diverso e un testo differente avrebbe potuto far parte di Automatic for the people, tanto la melodia dettata dalla chitarra acustica di Buck esalta l’intera composizione.

Le accuse di Stipe qui si fanno ancora una volta concrete ed esplicite: << did you reconize the madman who is shouting in the streets? Destroy the things that I don’t understand>>.
Altro felice episodio di Around the sun è Boy in the well.
La melodia è anche in questo caso perfetta e trascinante, anche se la canzone rimane nel territorio delle ballate, come la maggior parte delle canzoni del disco.
Incessantemente e sparse lungo tutte le liriche si propagano le accuse di Stipe. Provare a mettere insieme queste frasi, equivarrebbe a stilare un manifesto del perfetto contestatore politico.
Quello che manca in questo disco sono forse gli altri due caratteri principali dei R.E.M. (dopo la voce inconfondibile di Stipe).
La chitarra di Peter Buck, il suo stile semplice ma efficace, si sente troppo poco nel disco. I feedback talvolta sono appena accennati, quando forse sarebbero graditi in luogo delle tastiere, in qualche canzone troppo abusate.
L’altro elemento è il basso di Mills, capace di dettare tempi e linee melodiche portanti per le canzoni.
Durante la loro carriera i R.E.M. ci hanno parlato della morte, della vita, della natura che ci circonda e di quanto sia importante difenderla; raccontato storie di persone comuni e altre famose.
Hanno toccato le corde interne dei nostri sentimenti.
Hanno stimolato qualcosa dentro di noi, che Around the sun riesce solo a fare in parte. Ma quel poco è sempre intenso ed emozionante.
I tre amici e l’anima di Bill Berry sempre presente, sono arrivati ad un punto della carriera nella quale hanno la libertà di fare quel che vogliono. E questo è da ammirare.
Citando il finale del film Some like it hot, <<Well,nobody’s perfect>>.

Let my dreams set me free, believe, believe. Now, now now.

invia la tua recensione Andrea Sassano
  ottobre 2004
 
TOP