E sono tre. “Alone with everybody”, “Human conditions”, “Keys to the world”: tre capitoli della fase post-verve di Richard Ashcroft, leader della band di “Bittersweet symphony”, tre capitoli diversi che non possono essere slegati l’uno dall’altro.
“Alone with everybody”, primo atteso esordio da solista di Ashcroft, riprendeva le fila dei Verve, in particolare di “Urban Hyms”, con pezzi orecchiabili e godibili come il singolo “A song for the lovers”; “Human Conditions” era un album più filosofico ed elaborato, un’opera io credo molto valida anche se non è riuscita a convincere gran parte della critica. E adesso, “Keys to the world”, terza fase.
La prima impressione è che Ashcroft abbia lavorato a lungo su un disco curato per quanto concerne arrangiamenti e produzioni, tuttavia un po’ carente nella fase creativa e compositiva: non ci sono, fatte le dovute eccezioni, le canzoni dirette del primo disco solista, ma non ci sono neppure le grandi impalcature di quello che era “Human Conditions”. L’impressione è quella di un album di transizione, un ponte verso una nuova fase: un ibrido dei primi due dischi che non riesce a lasciare il segno, nonostante da un punto di vista tecnico dimostri le grandi capacità dell’artista in questione.
Non sono molti i pezzi degni di nota: sicuramente validi l’iniziale “Why not nothing”, che vira sul rock lasciando da parte le vecchie orchestrazioni, il primo singolo “Break the night with colour”, fresco ed orecchiabile, la grave “Sweet brother Malcom”, che mette la voce in primissimo piano così come fa “Why do lovers”. Sono questi ultimi due pezzi citati a mettere in risalto la sempre maggiore competenza tecnica di Richard Ashcroft: negli altri album la sua voce non era mai stata cosi profonda e “seria” come accade in qualche canzone di “Keys to the world”.
Ma per fare un bel disco, purtroppo, la tecnica non basta: quello di Ashcroft è senza dubbio godibile, e non mancherà di soddisfare almeno in parte i vecchi fans dei Verve, anche se in termini più generali la carne al fuoco è però un po’ poca e da un personaggio del calibro di Richard ci si sarebbe aspettato qualcosa di più, qualche canzone più incisiva, qualche ballata memorabile.
La speranza è che “Keys to the world” possa davvero essere un disco di transizione verso nuove frontiere, verso un futuro ricco di successo e qualità come i fans chiedono e Ashcroft merita: non sarà certo un disco appena sufficiente a scalfire tutto quello che ha fatto in passato e, sono certo, saprà ancora fare.
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