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SHANNON WRIGHT SHANNON
WRIGHT SHANNON WRIGHT
Over The Sun Over The Sun recensione |
label: Touch and Go (2004)
formato: CD
genere: folk rock, indie rock, experimental rock
riferimenti: Pj Harvey, Suzanne Vega, Thalia Zedek, Cat Power,
Lisa Germano, Liz Phair
voto: 7.5 |
Shannon Wright è una giovane
promessa del cantautorato folk-rock americano, con all'attivo
tre dischi di variegata natura, inscrivibili sommariamente
in una vena compositiva tanto cara a personaggi illustri quali
Thalia Zedek, Suzanne Vega, ma anche Pj Harvey.
Dopo tre anni dall'elegante asprezza di "Dyed in the
wool" la Wright cambia decisamente registro (abbandonando
le derive più folk), quasi a voler confermare una maturazione
ottenuta durante la lontananza dalle scene, e lo fa con questo
"Over the sun" ossia quando il rock più viscerale
(e magnificamente indie) si mescola felicemente con atmosfere
rarefatte, avvolte da sepolcrale mistero e un certo gusto
gotico nell'enfatizzazione della melodia. Le strutture degli
arrangiamenti ricordano dissonanze care alla old school noise
di New York, inframmezzate da fugaci sentori di post-rock
chitarristico (tornano alla mente i June of '44 nonchè
gli Slint) proprio come nella violenza dell'opener "With
closed Eyes": tali peculiarità vengono ulteriormente
confermate e impreziosite dalla produzione di "sua maestà"
Steve Albini, ad infondere quel suono grezzo e consumato,
spoglio di ogni ridondanza strumentale, tanto caro a gran
parte del catalogo della storica Touch & Go.
Sebbene il disco inizi con una clamorosa sferzata elettrica
( la succitata "With closed eyes", di devastante
portata, o le alternanze d'umore in "Black Little Stray"),
è il tenue trittico "You'll be the death"-"Trow
a blanket over the sun"-"Avalanche" a determinare
l'incommensurabile intimismo del lavoro nonchè il suo
cuore vitale, su cui fa perno tutto il disco: ballate di dolore
sospeso a mezz'aria, che fanno tesoro delle precedenti escursioni
folk della cantautrice, e le reintegrano in un contesto cupo,
doloroso, ma sempre pieno di tensione. Nella centrale "Throw
a blanket over the sun" Shannon gioca a fare la Tori
Amos più oscura, facendo fluttuare verso gli inferi
un atipico blues pianistico che, una volta giunto al suo culmine,
si scioglie in assolo, vibrante tra vampe di tenebroso fascino
(l'elegìaca e maliarda scala melodica in "Avalanche").
Tutto poi torna al tema ricorrente, ovvero intrecci di chitarra
a volte incisivi ( impeccabile "Plea") altre volte
troppo persi in fraseggi di maniera ("If Only we could"),
e ballate elettriche dai toni foschi e drammatici (l'irruenza
lacerante di "Portray"), quasi ad associare la bella
Shannon a vere e proprie "sacerdotesse" della musica
(sovviene persino una certa teatralità degna della
"serpenta" Galas). Tuttavia si percepisce a lungo
andare la consapevolezza che "Over the sun" sia
sì un ulteriore passo in avanti nella carriera della
giovane songwriter, ma anche che il capolavoro debba ancora
giungere, andando ad alimentare le attese, come se ci si potesse
aspettare di più da questo innato talento. Alla luce
di ciò, un disco impeccabile, rabbioso, suonato con
passione e cantato con altrettanta visceralità, realmente
vissuto da un' artista capace oramai di stupire ad ogni uscita:
impossibile non amarla, non rimanere estasiati da quella sua
incontenibile natura di donna impulsiva ed irrazionale, che
sa urlare e reagire contro l'irrequieta emotività del
malessere, riuscendo a fare della spigolosità sonora
un'autentica carezza. |
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