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SONDRE LERCHE recensione
SONDRE LERCHE
Two Way Monologue recensione SONDRE
LERCHE |
label: Virgin (2004)
formato: CD
genere: Pop
riferimenti: Burt Bacharach, Beach Boys, Elliott Smith, Mull
Historical Society
links: http://www.sondrelerche.com
voto: 8 |
Questo Two way monologue
è uno di quei classici album che al primo ascolto lascia
un pò perplessi, quasi delusi, specie dopo quello sfavillante
esordio di Faces down che aveva lasciato a bocca aperta
quasi tutta la critica musicale e una buona fetta del pubblico
indie.
Poco più che ventenne e un contratto con una major
in tasca, Sondre poteva scegliere ( o essere spinto) a cavalcare
il successo della prima omera, ma Sondre si è dimostrato
paziente e maturo e ci ha messo un po' a scrivere questo nuovo
disco, ma alla resa dei conti la scelta si è dimostrata
vincente.
Già, il primo ascolto è stato forse troppo superficiale
ma dopo vari ascolti, andando in profondità si riesce
a ritrovare quella semplicità e quella genialità
che contraddistingue questo giovane norvegese, un'opera da
esperto songwriter moderno che ha trovato la sua identità,
e senza strafare è stato in grado di scrivere 12 veri
e propri classici così semplici e magistrali da lasciare
il segno.
Che Sondre sia cresciuto con la musica dei Beach Boys, Beatles
e che la sua fonte massima di ispirazione sia Burt Bacharach
è ormai evidente, nonostante la sua carta d'identità
non si limita certo a scopiazzare e rubare accordi da questi
classici ma dimostra di avere imparato a memoria la loro lezione
e non si stanca di raggiungere la loro perfezione pop.
Se la perdita dell'immenso Elliott Smith ci ha lasciato un
vuoto, Sondre una piccola speranza di avere un nuovo grande
artista ce la regala, certo qui la malinconia non è
di casa, ma l'accattivante semplicità dei suoi lavori
arricchisce il panorama dei songwriter di classe, una spanna
sopra ai tanto acclamati Tom McRae e Ed Harcort.
Basterebbe l'ascolto di Wet ground a evidenziare la
bellezza di questo lavoro, un pezzo che strizza l'occhio al
maestro Burt Bacharach con tanto di orchestra anni 60, It's
Over invece vuole andare dritto al cuore di chi adora
Elvis Costello, altro artista i cui dischi dovrebbero riempire
la casa a Bergen del nostro. Two way monologue
(consiglio anche di non perdere quel gioiello del video) parte
lenta per poi tuffarsi in quel suono vintage, ai confini dell'easy
listening che ricorda molto i primi Cardigans, quelli di Emmerdale
e Life ovviamente, stesso discorso lo si può fare per
It's too late, Track you down percorre quei territori
perduti tanto cari a Nick Drake dove la voce di Sondre è
carica di tristezza e la chitarra lo accompagna senza mai
rubare la scena, l'attacco di On the tower sembra poi
preso in prestito da qualche jingle televisivo di metà
anni 60.
Il resto dell'album scorre tranquillo con altre ballate da
retrogusto maccartiano come Days that are over e Stupid
memory, con quest'ultima che fa una breve incursione in
piena Nashville.
Adatto per chi ama questo genere Pop, può annoiare
chi frequenta altri territori musicali, ma chiunque abbia
un cuore non può non adorare questo giovane norvegese
e questo suo disco così dolce e perfetto. |
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