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THE SOUND recensione
SOUND SOUND recensione
From The Lions Mouth From The Lions
Mouth |
label: Korova (1981)
formato: CD
genere: new wave, post-punk
riferimenti: Teardrop Explodes, Echo & Bunnymen, Joy Division,
The Chameleons U.K.
links: http://www.brittleheaven.com/
voto: 7.5 |
1981... La morte di Ian Curtis
dei Joy Division sta mietendo diverse vittime tra quei gruppi
che pur non abbracciando la filosofia musicale dei “cantori
della morte” comunque aveva ed ha con questi una certa
attitudine a proporre liriche che comunque non si addicono
certo ad un festino o ad un pogo scatenato, sempre che il
nuovo movimento musicale denominato dark riesca a diventare
un fenomeno di massa talmente diffuso da aspettarci più
che feste dei funerali itineranti (n.d.a.).
Neanche i Sound di Liverpool si sottraggono a quanto detto
sopra e dopo averci regalato un gioiellino di pura new wave
venato di gustose fragranze psichedeliche, senza mettere da
parte del tutto alcune cupe atmosfere, spostano completamente
il baricentro delle loro composizioni ed in questo From The
Lions Mouth abbracciano in maniera più convinta e decisa
quelle cupe atmosfere che come detto venivano appena accennate
nel precedente, pur non disdegnando alcune soluzioni soprattutto
chitarristiche che fa apparire il lavoro come se prodotto
da Steve Lillywhite, senza però cadere nell’errore
di suonare pezzi che in un certo senso possano produrre malinconie
a buon mercato cosa che ultimante questi nuovi gruppi (con
distinguo) fanno andando a giocare con i sentimenti della
gente.
Anche in questo album il trascinatore del gruppo rimane il
vocalist Adrian Borland che con questo album valido e caldamente
consigliato seppur diverso dal primo lavoro Jeopardy, continua
a tessere le sue trame chitarristiche avvolgendo l’ascoltatore
in continuo di emozioni e di sussulti che se non fosse per
alcuni episodi che lasciando un tantino spiazzati (seppur
validi come Winning e Contact The Fact) per l’uso del
synth che potrebbe ai più smaliziati far muovere i
fianchi, comunque dà il meglio di sé in brani
come Skeletons dove una chitarra epica cavalca al meglio la
cosiddetta nuova onda regalandoci scosse di pura adrenalina
mentre di converso la sezione ritmica marcia spedita come
un treno prendendo a spunto il verbo lanciato da Peter Hook
dei Joy Division ( a proposito chissà cosa faranno
i reduci orfani di Ian Curtis).
Ed infatti quasi a voler sorreggere quello che stiamo scrivendo
il gruppo da il meglio di se proprio nei passaggi dove il
fantasma di Curtis aleggia finalmente libero dalle sue paure
e dai suoi malanni quasi a voler esso diventare musa ispiratrice
dei nostri che, idealmente sotto la sua guida, confezionano
due gemme preziose Possession e Fatal Flaw così belle
nella loro decadenza da poter essere prese a termine di prosecuzione
di un discorso intererotto il 18/5/1980 da Ian Curtis quest’ultimo,
forse, lo sentiremmo suonare così con i suoi Joy Division
così come oggi suonano i Sound; lo stesso Robert Smith
avrebbe fatto carte false per inserirle nell’ultimo
lavoro dei Cure.
Così, quasi a volerlo ringraziare dell’aiuto
e delle illuminazioni avute Borland e compagni omaggiano la
loro musa ispiratrice con Silent Air che nei suoi quattro
minuti abbondanti si pone a traino di quella che deve essere
considerata, insieme al punk, la scena musicale più
innovativa di questi ultimi anni rendendo l’album, pur
diverso nell’atmosfere create, logica conseguenza del
discorso iniziato l’anno scorso e ponendosi all’attenzione
della scena ed alla critica musicale che speriamo stavolta
pensi più al discorso squisitamente artistico che a
quelle delle pose che i nostri fortunatamente evitano per
non essere massacrati, per esempio, come i Bauhaus. |
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