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STEREOPHONICS recensione
STEREOPHONICS review
Language. Sex. Violence. Other? review |
Label: V2 (2005)
Formato: CD
Genere: elettro rock
Riferimenti: Primal Scream, Oasis, Death in Vegas
Links: http://www.stereophonics.com/
voto: 6.5 |
La portata rivoluzionaria del
nuovo album degli Stereophonics non dovrebbe essere sottovalutata
perché ha davvero dello straordinario.
L’emblematico titolo “Language. Sex. Violence.
Other?” dovrebbe del resto colpirci da subito: “Other?”
sta per “altro”, per “volete altro oltre
al linguaggio, al sesso e alla violenza?” e la risposta
è evidente perché in quel titolo a mancare è
la musica, la nuova musica del gruppo di Kelly Jones, nascosta
nelle tracce del nuovo lavoro.
Dove eravamo rimasti? A “You gotta go there to come
back”, l’ultimo episodio contenete il tormentone
“Maybe tomorrow”, caratterizzato da un buon successo
di pubblico e un minor successo di critica, un album del resto
inferiore al bel disco precedente “Just enough education
to perform”, vicino al miglior rock americano appiattitosi
poi su un rock più svogliato e senza troppa inventiva.
Kelly Jones è un grande leader, un grande musicista
e di certo non è uno sprovveduto: il suo gruppo, minato
dall’abbandono del batterista egregiamente sostituito,
aveva bisogno di seguire una nuova rotta per non cadere nel
mero plagio di sé stessi, un’accusa portata già
da molti critici in occasione dell’ultimo album. Non
è facile, ci vuole coraggio per un gruppo che ha costruito
le proprie basi su un sound determinato e per molti album
a quel sound è rimasto fedele, ma Jones e soci hanno
avuto il coraggio di farlo e “Language. Sex. Violence.
Other?” è il risultato di quel coraggio che sconvolgerà
probabilmente molti fan.
La scelta di Jones è quasi ovvia: visto il successo
di gruppi come Franz Ferdinand, The Music, Kasabian e degli
immortali Death In Vegas piuttosto che Chemichal Brothers,
il passaggio dal rock prettamente chitarristico a quello elettronico
è nel 2005 la via più ovvia da seguire. I nuovi
Stereophonics si presentano con un grande singolo, “Dakota”,
che è ancora a metà tra rock classico ed elettronico,
una scelta furba per non sconvolgere subito i fan ma decisa
nel dettare la nuova strada alla propria band: il singolo
è diretto, vincente, originale, semplicemente grande.
E poi, a coronare la svolta, arriva l’album. La virata
sonora è portata avanti con prepotenza da pezzi vincenti
del calibro di “Doorman”, un punk rock sintetico
che mette in risalto le doti del nuovo batterista e sembra
scritta apposta per crepare i pavimenti dei palazzetti dove
il gruppo si esibirà nel prossimo tour, e da “Girl”,
altro potenziale singolo roboante e deciso; non mancano però
i pezzi che, pur rinnovati, rimandano ai vecchi Stereophonics,
su tutte la conclusiva “Feel”, atmosfere dai toni
rallentati per una canzone che mette nuovamente in risalto
le grandi doti vocali del cantante, ostacolate in questo lavoro
dalle sonorità elettroniche.
Non tutto, però, è rose e fiori: tra i grandi
episodi sopra citati vi stanno altre canzoni che non convincono
fino in fondo, come la lagnosa “Lolita” o quella
che dovrebbe essere una canzone programmatica, “Pedalpusher”,
bella in potenza ma troppo scazzata in atto. Non saranno però
questi episodi a tingere di negativo il giudizio complessivo
su un album che per più della metà del proprio
contenuto sa farsi godere e sa farci divertire: la strada
intrapresa è nuova e gli stereofonici devono maturare,
come un nuovo gruppo che ha scoperto una nuova musica, ma
solo per il coraggio dimostrato andrebbero premiati, sicuri
che il prossimo album saprà strapparci almeno un sette
e mezzo. |
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