recensione The Strokes recensione discografia review recensione biografia recensioni Strokes recensione articolo monografia buy order online videoclip singolo single oggetto: recensione
 
THE STROKES
First Impressions Of Earth

label: Sony/ RCA (2006)
formato: Cd 14 tks, 52:19 min.
genere: Indie Rock, Garage Rock
riferimenti: The Libertines, Television, Razorlight, Velvet Underground
link: http://www.thestrokes.com/
voto: 7.2

Giunti alla terza prova gli Strokes aggiustano il tiro dopo l’altalenante “Room On Fire” del 2003, che aveva sì dei buoni spunti, ma forse risentiva troppo della pressione che circondava il quintetto newyorkese in quel momento dopo il fulminante successo ottenuto con il loro debutto.
A detta dello stesso Casablancas, “First Impressions…” risulta un lavoro più ragionato, maturato col tempo e quindi rifinito con più cura per i dettagli.
Ad un primo ascolto si nota subito come la sezione ritmica sia diventata ancora più compatta, con Fabrizio Moretti che con le sue ritmiche incisive e spigolose è un vero valore aggiunto in pezzi come “Razorblade” o “Killing Lies”, intendendosela perfettamente con Nikolai Fraiture al basso in “On The Other Side”.
La voce di Casablancas, meno filtrata rispetto al passato, viene usata per quanto possibile nel migliore dei modi anche gli viene chiesto qualche sforzo in più come nel singolo “Juicebox” o nella seconda parte di “Fear Of Sleep”.
La prima parte del disco scorre via senza cadute di tono grazie anche a canzoni come “You Only Live Once” con il suo incedere contagioso, o a “Heart In A Cage” con delle chitarre aggressive che vengono placate successivamente dal cantato di Casablancas che ricorda tantissimo l’Iggy Pop dei primi album solisti.
In “Electricityscape” e “Ize Of The World”, Nick Valensi e Albert Hammond jr. hanno la possibilità di mettersi in mostra con il loro stile chitarristico scarno ma con una resa decisamente superiore a quella dei precedenti lavori. Resta da citare “15 Minutes”, episodio che si discosta dal mood dell’album, dato che sembra quasi una ballad di altri tempi, cantatain maniera pigra, salvo poi esplodere nella seconda parte con un finale dal sapore post punk.
Più completi dunque, e lo si nota anche nei testi più maturi e conditi non solo con eccessi, vizi e bravate, ma con un tocco più personale e profondo.
Insomma la band che molti amano odiare, alla fine il suo sporco lavoro lo fa, ed anche discretamente bene, ed invece di perdere tempo ad interrogarsi sulla genuinità della band e sui loro atteggiamenti più o meno irritanti, c’è da ricordare che nel rock la strafottenza se supportata dal talento è stata spesso una costante, e non ha mai compromesso il valore di un gruppo.

invia la tua recensione Amedeo Verger
  gennaio 2006
 
TOP