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SUFJAN STEVENS recensione
SUFJAN STEVENS
Greetings from Michigan, the great lake state |
label: Asthmatic Kitty
formato: CD
genere: Indie Pop, Progressive Folk, Indie Rock
riferimenti: Jim O’rourke, Stereolab, Kings of Convenience,
Bright eyes
links: http://www.sufjan.com/
voto: 8.5 |
Personaggio alquanto singolare,
dalla biografia quanto meno bizzarra ( e vai anche a capire
quanto romanzata ), questo giovane artista di Detroit, Michigan,
ora residente a New York, si barcamena lavorando come designer
e insegnante, a volte come giornalista ( per riviste di artigianato!?
) e nei ritagli di tempo si dedica alla musica.
Dopo due album acerbi, questa è la prima di una serie
di opere dedicate agli Stati Uniti (un disco per ogni stato,
questo l’ardito progetto!!!), ed ecco palesarsi il talento
di un songwriter dalle grandi potenzialità.
Greetings from Michigan è un disco incantevole, tanto
per metter subito in chiaro le cose; è un oggetto prezioso,
è un libro, una foto; è qualcosa da custodire
tra le cose più care, da mandare a memoria come un
ricordo dolce di gioventù.
Le melodie e gli scenari sonori disegnano paesaggi che vivono
in un limbo tra fantasia e realtà e lasciano senza
fiato, senza parole, perduti in un luogo dai colori opachi,
dai contorni sfumati.
Le suggestioni create non sono in fondo tanto distanti da
ciò che si ascolta nei dischi dei Mùm, o di
Fourtet e dei Tarwater, con le loro melodie liquide e astratte
ma calde e palpitanti. A far la differenza qui è però
una sensibilità compositiva che trova i suoi numi tutelari
in gente come Jim O’rourke e gli Stereolab, tanto per
citare gli accostamenti ( e le influenze ) più immediati.
E così si materializza anche una definizione possibile,
anche se vaga: pop acustico d’autore, e di gran qualità.
Le coordinate per inquadrare meglio il lavoro sono ancor più
variegate: se “Flint ( for the unemployed and underpaid
)” sembra infatti essere una bucolica ghost-track di
Adore degli Smashing Pumpkins, “The upper peninsula”
e “Holland” camminano a metà strada tra
Bright eyes ( la prima ) e Kings of convenience ( la seconda
). Non si tratta però di semplice new acoustic: qui
c’è la sensibilità dei Low o degli Yo
la tengo ( vedi “Vitto’s ordination song”
), ci sono gli arrangiamenti, preziosi, di banjo e xilofono,
le sognanti aperture di oboe e corno, a far da imprescindibile
tramite per la poetica del nostro,. Tutta la grazia delle
suite o’rourkiane rivive in piccole gemme pop come “Oh
god, where are you now?” e soprattutto in Romulus, una
sorta di benefico medicamento in grado di lenire ogni sofferenza
dell’ anima ( da assumersi almeno una volta al giorno
); le vertigini dei voli pindarici stereolabiani ti colgono
ascoltando “All good naysayers. Speak up! Or forever”,
“Detroit, lift up your weary hat!” e “They
also mourn who do not wear black”, tanto da farti esclamare
in estasi “ancora, e ancora!!!”
Un disco, questo, che possiede certamente qualche cosa di
magico; il suo autore, un talento dalle infinite possibilità. |
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