Per giorni ho cercato il senso
di "Map of what is effortless" dei Telefon
Tel Aviv. Fallendo. Quando tutto stava nei titoli: evitare
eccessivi sforzi, seguire la mappa, quando succede tutto
si muove da solo, a tratti si accelera, a tratti si è
costretti a rallentare fino a tornare a sentire il proprio
cuore che batte ancora troppo in fretta, e raggiunto il
margine del mondo si continua a fluttuare, per tornare al
principio, ad attendere che tutto ancora ricominci a muoversi
da solo. Circolare, ecco, un disco che può essere
messo in repeat e non ci si accorge che finisce e ricomincia.
L'orchestra disegna lente onde, minimo comune denominatore
di tutti i battiti e i rumori. Non starò a parlare
dei rimandi al Craig Armstrong prima dell'autoimplosione
da emulazione di se' stesso, agli Alpha, ai sottovalutati
Mandalay, al dolce naufragare dei L'Altra, perchè
si rischia solo di descrivere questo lavoro come copia,
quando tutta l'originalità non sta nei mezzi ma nel
fine, in quel vagare in continue spire seguendo una mappa
che non porta da nessuna parte ma sempre all'inizio di se'
stessa. O di se' stessi. |