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TORI AMOS
Boys for Pele |
label: EastWest / Warner Music (1996)
formato: CD
genere: Songwriter, Adult Alternative Pop/Rock
riferimenti: Kate Bush, Suzanne Vega, PJ Harvey, Fiona Apple,
Jeff Buckley, Sinéad O'Connor, Joni Mitchell
links: http://www.toriamos.com/
voto: 8.2 |
E' decisamente giunto il momento
di riassaporare un vecchio, impolverato, ma sì, chiamiamolo
pure così, capolavoro, rimasto a mio parere per troppi
anni sepolto sotto un cumulo di meteore pop dalle copertine
patinate. Mettiamo da parte la Tori Amos versione 2005, e
torniamo indietro nel tempo con la mente (e con le orecchie)
ad esattamente 9 anni fa. "Boys for Pele" ti farà
trascorrere almeno una notte insonne. Dal primo momento, dal
primo ascolto, la campana di "Blood Roses", la melodia
distorta del pianoforte di "Father Lucifer", la
voce sottile di Tori, ti entreranno dentro, le sentirai pungerti
lo stomaco come una spina. L'enigmatica e ansiogena "Beauty
Queen" è l'intro di apertura di una track-list
da brivido. Letteralmente. "Boys for Pele" è
un incurabile mal de vivre, la totale perdita di
dignità di una donna (".god knows I know I've
thrown away those graces." - "Blood Roses")
che "cammina a piedi nudi sul cratere di un vulcano",
come ha spiegato la stessa cantante in un'intervista, che
si lascia ritrarre, vestita di bianco, infangarsi sul selciato
tra mucche ed immondizia, senza una scarpa e con il viso proteso
verso il terreno. Ma Tori non ama piangersi addosso troppo
a lungo, e sputa ironia e sfrontatezza mentre allatta un maialino
canticchiando "Mother mary china white, brown may be
sweeter she will supply" ("Professional Widow").
Canzoni delicate, quasi sussurrate, come "Doughnut Song"
o "Putting The Damage On" si alternano a pezzi angosciosi
come "Caught a Lite Sneeze", in cui una voce stravolta
si trascina senza sosta su uno sfondo risonante di batteria
ed arpicordo. Liriche disperate, sprazzi di cori gospel ("Way
Down") e testi sfioranti il blasfemo ("I never cared
too much for the money but I know right now that it's in God's
hands, but I don't know who the father is" - "Talula"),
riferimenti religiosi, storici, cinematografici e soprattutto
mitologici in un album che è stato ispirato proprio
dalla mitologia hawaiana, in particolare da Pele, la divinità
del vento, che dà nome al disco e che viene citata
nell'originalissima e dolce confessione di "Mohammed
my friend". E proprio come una tormenta di vento urlante
e infuriato, Tori sembra quasi voler masochisticamente alimentare
il dolore, tanto per gustarlo appieno sulla propria pelle,
sorridendo beffarda come in una delle foto di cui il booklet
è ricco, nella quale la cantante volta le spalle ad
una vampa di fuoco.
Un mutamento di stile radicale per Tori Amos, tornata nel
'96 con un album molto diverso dal precedente "Under
the pink", del 1994. In "Boys for Pele" spiccano
brani come "Professional Widow", non privo di riferimenti
ai limiti della moralità cattolica (con la quale Tori
è stata educata), un calderone di daddies che vendono
i propri bambini e di madonne razziste, e remixato nella traccia
seguente da uno dei maggiori dj's inglesi degli anni '90.
Tuttavia è forse questo l'unico difetto del cd: un
remix di oltre 8 minuti che estrapola ad arte (ma con scarsa
classe, decisamente) frammenti dal testo originale, presentandoli
in una luce totalmente distaccata dal contesto. Ascoltare
per intendere. Ma nonostante questa lieve pecca, l'ascolto
dell'album si rifà subito interessante. "Little
Amsterdam" è un blues a tinte fosche che narra
di amori clandestini e proiettili, "Talula" si distingue
dalle canzoni che la circondano per un ritmo etnico ed un
testo arguto ed a tratti ironico. Delicata e forte allo stesso
tempo, l'introspettiva "Hey Jupiter" lascia decisamente
il segno, peccato non sia stata inserita nell'album la versione
del videoclip, in cui il pianoforte è accompagnato
dalla bassa cantilena di un violino che incupisce l'atmosfera
della canzone. Ma uno dei pezzi forti rimane "Marianne",
la storia della fine di una vita ancora fragile che riaffiora
tra le tetre, meste note del pianoforte di Tori. Perché
questo tormento, questo auto-torturarsi? Perché ridursi
ad un "nothing but meat" ("Blood Roses")?
Si vocifera a proposito di una separazione, dopo una lunga
convivenza, dall'ex-compagno ed ex-produttore Eric Rosse.
O forse semplicemente perché "this little masochist,
she's ready to confess all the things that I never thought
that she could feel" ("Hey Jupiter"). "Boys
for Pele" è un disco sofferto, viscerale, intimo,
e la crisi ed il rifiuto della musicista traspirano dalle
melodie malinconiche e dalle parole rudi e graffianti, quasi
di scherno. Il malessere di Tori si converte in frustrazione,
rabbia, morte e delusione, per poi sfociare infine in un seppur
lieve bagliore di fiducia nella splendida ed ermetica "Twinkle":
come una fenice, l'artista sembra risorgere dalle sue ceneri.
Un album trasudante emozioni, un lavoro da comprendere e che
non è mai troppo tardi per riscoprire. |
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