Greg Dulli canta le sue muse,
e più che un omaggio dovuto, intraprende un viaggio
odisseico alla ricerca di sé attraverso le fonti
infinite che hanno alimentato la sua ispirazione. E’
un viaggio immaginifico ma reale e sofferto; talmente reale
da condurre a quei lidi fastosi cui il nostro, da tempo,
non approdava.
Ulisse naufrago che si dimena sulla nave travolto dalla
burrasca trova continui appigli cui affidare la propria
sorte, i ricordi affiorano come sirene: lo ammaliano, lo
salvano, gli concedono finalmente pace. E così si
alza il tormento rapito di “Strange fruit”,
mai così viscerale e sofferta, o di “Too tough
to die”, gridata ai quattro venti in bilico sulla
prua, sfidando la tempesta.
L’impeto della marea sembra placarsi un poco, c’è
il tempo di acquietarsi sul ponte e dedicarsi ad una “Hyperballad”
completamente scarnificata di orpelli, ma ugualmente magica
e ricca di pathos, di ripensare ad un vecchio ma vero, intenso
“Real love”, prima di ritornare, con orgoglio,
su “What makes you think you’re the one”.
Il mare, ora placido, concede ancora un po’ di calma,
ci si può confidare con gli amici, imbracciare una
slide guitar e intonare con Mark Lanegan il lamento blues
di “Hard time killing floor”, e di osannare
alla luna “A love supreme”.
Non c’è tregua però per le anime dannate
e si ripiomba così all’inferno, in discesa
vorticosa: rimane il tempo di afferrare col pensiero un
amore perduto, andato, di cui con lucidità si ricorda
che “Black is the colour of my true love’s hair”.
La quiete, ora. Quella che viene dopo la tempesta, quella
che si incontra, forse, dopo la morte.
La pace dell’ anima, che sia inferno o paradiso non
ha importanza, è un sogno che si accarezza in “Summertime”.
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