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VIDNA OBMANA
Legacy
label: Relapse (2004)
formato: CD
genere: ritualistic darkambient
riferimenti: Lustmord, Controlled Bleeding, Alio Die
links: http://www.vidnaobmana.be/
voto: 6.5
Legacy va a chiudere la trilogia ispirata alla Divina Commedia, inaugurata con Tremor a cui ha fatto poi seguito il secondo atto Spore. Il maestro belga dell’ambient mistica e misteriosa, Dirk Serries, fa dunque il suo ritorno sulle scene andando a chiudere un cerchio dentro il quale abbiamo precedentemente apprezzato le articolate nebulosità sintetiche delle sue suggestive composizioni, una quadratura finale che vede la partecipazione di altri artisti più o meno noti quali Steven Wilson (Porcupine Tree), Paul Van Den Berg e Steve Von Till, tutti riuniti per confezionare quest’ultimo viaggio metafisico.
Va ricordato che la complessità di queste atmosfere si concretizza attraverso la ricerca di proiezioni cinematiche fatte di lente progressioni aurali, percussioni dimesse e ossessive, esalazioni e mutazioni melodiche create con ogni effetto e campionamento, su questa matrice vanno poi ad inserirsi chitarre dilatate ed un flauto.
Se per logica all’Inferno segue il Purgatorio il passo successivo dovrebbe essere il Paradiso, ma in Legacy la rappresentazione che l’autore dà a questo Sommo Livello risulta del tutto trasfigurata, ancora imprigionata tra cupe forme armoniche dall’indole ben poco serafica o celestiale.
Dopo una tetra e sontuosa intro narrativa dal nome “Canto”, ci si imbatte nella più ritmica delle tracce, “Bloodshift”, pulsante ed enigmatica, fregiata di micro riverberi distorti e rarefazioni semi-lunari che si infrangono, verso la conclusione del brano, contro gelide scogliere abbandonate da ogni presenza pensante. Così sopraggiungono gli undici minuti di “Torment And Resolution”, dove le distanti orme tribali dei tamburi fanno da sfondo a evocazioni spirituali che faticano a liberarsi da una grigia coltre apostatica. In “Sinner’s Tongue” e “Cycle Of Agony”, i patterns ritmici questa volta si alimentano con impulsi elettrici, infatti su un tapirulan lounge continuiamo a vagare tra loops fumosi e flebili ambientazioni. Un automatico itinerario sincopato ci trascina ad ascoltare le scie dei lamenti degli angeli, “The Virtual Insomnia” ci dichiara definitivamente tutta la sua rinuncia alla salvezza eterna e ad un soggiorno beato. Una mesta liberazione vede impossessarsi dei singulti acerbi degli squilli atei di “Impious Rising”, acuti ridondanti miscelati a dissolvenze implosive. Infine l’agonia lascia raccontare le sue tragiche sembianze alle note della chitarra di Wilson, tra dilatazioni infinite e tensioni elicoidali, senza mai lasciarci guardare la luce direttamente, se non da alture cave, troppo vicine all’oblio, ma troppo lontane dall’incanto.
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  gennaio 2005
 
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