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WILCO recensione WILCO recensione WILCO
A Ghost Is Born
label: (Nonesuch, 2004)
formato: CD
genere: Rock
riferimenti: Flaming Lips, Mercury Rev, Jim O’Rourke, Bob Dylan, Neil Young
links: http://www.wilcoworld.net/
voto: 8
I Wilco sono il rock, forse anche il dopo rock. I Wilco sono l’America, l’altra America; quella dei loser, del Midwest, della noia, degli spazi (troppo) aperti e delle menti (troppo) chiuse, degli obesi, dei depressi, degli alcolizzati, quella raccontata da Faulkner, da Pynchon, da David Foster Wallace in “Brevi interviste con uomini schifosi”, un’America allucinata; quella delle pistole a scuola, quella di Fargo e del ‘sangue facile’, quella laida e famelica, quella di Tarantino. I Wilco sono quel sottile brivido che ti percorre fugace nel sonno destandoti d’improvviso; un pensiero proveniente da chissà dove che viene rivolto a te, si proprio a te.
I Wilco sono un viaggio, un sogno; stanno su quella linea di confine tracciata da Raymond Carver, tra la realtà e la fantasia, come in una perenne esitazione. I Wilco ti prendono per mano nel bel mezzo di un campo di grano dorato in un pomeriggio di un’altra estate infinita e ti portano via, altrove; là dove lo sguardo non incontra ostacoli e può mirare all’orizzonte; così anche la nostra tanto vituperata pianura diviene d’incanto il più bel posto al mondo. E nella calda notte estiva riescono a guidare la macchina per te con la brezza che ti soffia sul viso ed il buio che ti circonda ovunque.
“A Ghost is Born” è il nuovo album, un altro capolavoro dopo “Yankee Hotel Foxtrot” di due anni fa. Ancora con la collaborazione-supervisione del fenomeno Jim O’Rourke che elargisce, dispensa sapientemente morbidi tocchi di loops, filters & synths; ancora con quel suono incerto fra seguire un glorioso passato o le derive digitali moderne, ma che indeciso riesce a comporli magicamente, a saldarli in una fusione celestiale. Basterebbe ascoltare i dieci e passa minuti di “Spiders” per poter comprendere come si compie questa splendida alchimia; una base di gomma alla Neu! che si snoda lungo tutto il pezzo e sopra un vento sonico di chitarre alla Neil Young (versione “Dead Man” per intendersi) infine ancora più profondo, quasi inudibile, sottile nel mix un leggerissimo disturbo digitale, una vibrazione avant pop. Ecco, forse la differenza maggiore con il suo predecessore probabilmente risiede nella lunghezza di alcuni brani e nell’ulteriore dissolvenza della forma canzone che sembra a tratti perdere completamente il filo per poi ricomparire d’improvviso come un fantasma, un fantasma che nasce dal nulla.
Canzoni, come “Handshake Drugs” con Jeff Tweedy che esorcizza su altri fantasmi, quelli della vita, provenienti da un passato più o meno vicino, più o meno scottante. Con “Company in my Back”, altro gioiello di scrittura e arrangiamenti, il nostro si toglie qualche sassolino dalla scarpa. Ma sarebbe un torto non citare tutte le altre perle disseminate lungo questo meraviglioso trip; “Muzzle of Bees” parte con chitarre frastagliate come da lezione Gastr del sol per poi aprirsi in squarci onirici rock, una pura visione lisergica. “Hummingbird” è cristallino gioco pop, alla Belle & Sebastian, anche se poi riesce ad assestarti ancora una volta un colpo da k.o., un refrain irresistibile nel finale. Poi “Theologians” dedicata a quelli che vorrebbero pensare, parlare, decidere per noi ma che in realtà nulla sanno sulle nostre vite, sulle nostre anime; è che si trova di più a perdere ogni giorno. “Hell is Chrome” un lentaccio che incredibilmente diviene trascinante nel lacerante invito proposto da Tweedy di seguirlo chissà dove, chissà perché...“I’m a Wheel” ti sorprende per altri versi con la sua linearità hard rock, sembrerebbe una cover, ma non sapresti dire di chi… ed è proprio questa la forza dei Wilco: riuscire a combinare tutte le multiformi influenze del passato (Dylan, Beach Boys, la psichedelica west coast, volendo il country) e del presente (l’acid rock dell’Oklahoma, l’indie rock ’90, il post rock finanche) per ottenere qualcosa di unico e irripetibile, assolutamente originale nel suo essere tradizionale.
Un disco per sempre.
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  settembre 2004
 
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