Come divinità. Dal nulla
se ne escono con un monolite incadescente di materia ultraterrena
che a stento può definirsi rock, ma che è l'unico
rock oggi possibile, plausibile. Seppur anticipato dai due
mini-cd 'Read and Burn' quest'ordigno metallico pronto ad
esplodere ci coglie all'improvviso, impreparati; inaspettato
come un blitz notturno. Ma sono solo presagi. Dopo dodici
anni di assenza tornano i Wire con un' aura di sconcertante
intensità e splendida freddezza. Un suono ardente,
chitarre in perenne distorsione, ruvide come carta vetrata,
una batteria secca e precisa a scandire metronomica il tempo
e l'algida litania di Colin Newman che si erge sul tutto.
Il confronto con i gruppi della cosiddetta rinascita del rock
a questo punto risulta imbarazzante; tanto quelli sono derivativi,
inattuali, scialbi, privi di idee tanto i Wire risultano originali,
creativi, pungenti e puntuali dopo tanti anni. Ma il tempo
per gruppi come questo non conta, quando escono lo fanno con
cognizione di causa, non inondano il mercato musicale gia'
saturo con materiale di ripiego come quelli; i Wire parlano
per dirci qualcosa, non per intrattenerci alle sfilate di
moda.
Si parte con 'In the art of stopping'. Un colpo e via, un
botto, un riff di chitarra impetuoso, ondivago, lacerante
domina ostinato la scena, tutt'attorno estranianti effetti
elettronici, stranianti fluorescenze pop, una batteria che
insiste ebete sui piatti e la voce solmodiante di Colin Newman
che si muove sul magma. Il pezzo sembra non partire ed in
effetti è così..si rimane lì nella sposmodica
attesa di qualcosa che non arriva mai, forse la felicità.
A seguire l'antemica 'Mr. Marx's table' con gli strumenti
che affogano letteralmente nel mixaggio, sotto strati e strati
di suono, conferendo al pezzo un senso claustrofobico ('it's
to late to pray' recita il testo) che si libera solo alla
partenza catartica del brano successivo. La splendida 'Being
watched', il pezzo che Trent Reznor ha sognato per tutta la
vita di scrivere (ma non ci è mai riuscito). Chitarre
come corpi contundenti che feriscono, lasciano il segno, ritmiche
muscolari in evidenza, nuovamente questi bizzarri disturbi
elettronici e il cantato glaciale di Newman che conferisce
al tutto un senso di catastofe imminente, di fine; ultimi
bagliori di un mondo che non esiste più, che non ci
appartiene. Poi 'Comet' un graffio punk, un pezzo hardcore
sparato a mille, la batteria pestata oltri i limiti consentiti
di BPM, chitarre sferraglianti, sconquassanti e la voce (l'uomo)
che a stento manovra il bolide; una macchina lanciata a folle
velocità lungo oscure strade perdute, sbanda paurosamente,
sembra schiantarsi ma infine sorprendentemente riesce a non
deragliare e a serrare la traiettoria.'The agfers of kodack'
è concetrato di Wire-pensiero. Il riff principale sgorga
dalle casse ruvido, scabro, macabro ma allo stesso tempo risulta
inspiegabilmente elegante, raffinato e cristallino, come una
pietra preziosa, un diamante che tutto può tagliare.
Il resto attorno è caos divino con la sezione ritmica
sugli scudi incessante a colpire, inesorabile; distesa su
un letto di stratificazioni sonore la voce è al solito
artificiale, rabbiosa, violenta, ma quando meno te lo aspetti
uno scarto, un fremito ed una melodia innodica riempe l'aria
intorno. Poi 'Nice streets above', versione punk-industrial
di una allucinazione disco per bambini, assolutamente inquietante
e disarmante nella sua cibernetica linearità, anche
a causa di un cantato riversato al contrario che la fa sembrare
qualcosa di alieno.
Procedendo nell' ascolto i toni sembrano oscurirsi, infittirsi
ed intorbidirsi ulteriormente con la seduta da psicodramma
'Spent'; dove sovrastate, dominate dal rumore urla selvagge
di dolore non riescono a liberarsi; poi finalmente il brano
parte ed esplode in danza moderna.'Read and burn' e 'You can't
leave now' hanno inizi simili e sviluppi differenti, dove
la prima risulta completamente alienata (e alienante), disumanizzata,
la seconda riesce ad aprire squarci 'melodici' di speranza
al di sopra del consueto tappeto rumoroso. Ancora l'efebica
'Half eaten' che si nutre di dementi beat disco-pop contaminati
da spasmi e convulsioni industrial per divenire altra materia
di disagio in cui la coscienza si estranea da se' stessa,
ponendosi come oggetto diverso. Infine la lenta discesa agli
inferi di 99.9 (66.6 forse?), oppressiva e opprimente, chitarre
liquide, un basso ipnotico, suoni e rumori da un luogo non
ben definito, un inferno tecnologico. E una lontana catatonica
voce che ci richiama a sè, che si avvicina inesorabile
per condurci alla fine dei giochi e riempendosi d'angoscia
si fa grido, urlo primordiale. Scoppio d'ira dello stato d'ansia,
di inquietudine esistenziale, di nevrosi; sentimento di impotenza
dell'uomo dei 2000. Il Primigenio senso di privazione, distruzione
e sconfitta che riemerge in tutta la sua spaventosa devastante
intensità, profondità; e l' uomo annichilito,
consapevole della sua finitezza rimane aperto a possibilità
indeterminate che scavano nell' incoscio dubbi e timori atavici,
la paura del dopo, della fine. Ultime dolorose grida animali
prima dell'avvento dell'uomo-cibernetico, l'automa che ne
sta prendendo il posto, dove già si intravvedono pallide
figure aggirarsi impassibili ed apatiche senza cuore.
Un senso futuristico di velocità per rivoluzioni a
venire. Come Cronenberg o i Kraftwerk l'uomo si congiunge
lungo autostrade di silicio o attraverso cordoni ombelicali
artificiali in modo inscindibile alla macchina (the man-machine),
si fonde orgiasticamente all'eterea materia elettronica producendo
ibridi (cyber-punk?), si salda con filo metallico (Wire) al
tessuto connettivo di una lucida entità inanimata e
indifferente. E così facendo si stacca definitivamente
e storicamente da quel principio costitutivo naturale che
ha stabilito fino ad oggi l'ordine e le leggi del complesso
delle cose e degli esseri dell'universo, per mutare in un
qualcosa di nuovo, indefinibile e minaccioso. |