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WIRE
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label: Pinkflag
formato: CD
genere: New Wave
voto: 9
Come divinità. Dal nulla se ne escono con un monolite incadescente di materia ultraterrena che a stento può definirsi rock, ma che è l'unico rock oggi possibile, plausibile. Seppur anticipato dai due mini-cd 'Read and Burn' quest'ordigno metallico pronto ad esplodere ci coglie all'improvviso, impreparati; inaspettato come un blitz notturno. Ma sono solo presagi. Dopo dodici anni di assenza tornano i Wire con un' aura di sconcertante intensità e splendida freddezza. Un suono ardente, chitarre in perenne distorsione, ruvide come carta vetrata, una batteria secca e precisa a scandire metronomica il tempo e l'algida litania di Colin Newman che si erge sul tutto. Il confronto con i gruppi della cosiddetta rinascita del rock a questo punto risulta imbarazzante; tanto quelli sono derivativi, inattuali, scialbi, privi di idee tanto i Wire risultano originali, creativi, pungenti e puntuali dopo tanti anni. Ma il tempo per gruppi come questo non conta, quando escono lo fanno con cognizione di causa, non inondano il mercato musicale gia' saturo con materiale di ripiego come quelli; i Wire parlano per dirci qualcosa, non per intrattenerci alle sfilate di moda.
Si parte con 'In the art of stopping'. Un colpo e via, un botto, un riff di chitarra impetuoso, ondivago, lacerante domina ostinato la scena, tutt'attorno estranianti effetti elettronici, stranianti fluorescenze pop, una batteria che insiste ebete sui piatti e la voce solmodiante di Colin Newman che si muove sul magma. Il pezzo sembra non partire ed in effetti è così..si rimane lì nella sposmodica attesa di qualcosa che non arriva mai, forse la felicità. A seguire l'antemica 'Mr. Marx's table' con gli strumenti che affogano letteralmente nel mixaggio, sotto strati e strati di suono, conferendo al pezzo un senso claustrofobico ('it's to late to pray' recita il testo) che si libera solo alla partenza catartica del brano successivo. La splendida 'Being watched', il pezzo che Trent Reznor ha sognato per tutta la vita di scrivere (ma non ci è mai riuscito). Chitarre come corpi contundenti che feriscono, lasciano il segno, ritmiche muscolari in evidenza, nuovamente questi bizzarri disturbi elettronici e il cantato glaciale di Newman che conferisce al tutto un senso di catastofe imminente, di fine; ultimi bagliori di un mondo che non esiste più, che non ci appartiene. Poi 'Comet' un graffio punk, un pezzo hardcore sparato a mille, la batteria pestata oltri i limiti consentiti di BPM, chitarre sferraglianti, sconquassanti e la voce (l'uomo) che a stento manovra il bolide; una macchina lanciata a folle velocità lungo oscure strade perdute, sbanda paurosamente, sembra schiantarsi ma infine sorprendentemente riesce a non deragliare e a serrare la traiettoria.'The agfers of kodack' è concetrato di Wire-pensiero. Il riff principale sgorga dalle casse ruvido, scabro, macabro ma allo stesso tempo risulta inspiegabilmente elegante, raffinato e cristallino, come una pietra preziosa, un diamante che tutto può tagliare. Il resto attorno è caos divino con la sezione ritmica sugli scudi incessante a colpire, inesorabile; distesa su un letto di stratificazioni sonore la voce è al solito artificiale, rabbiosa, violenta, ma quando meno te lo aspetti uno scarto, un fremito ed una melodia innodica riempe l'aria intorno. Poi 'Nice streets above', versione punk-industrial di una allucinazione disco per bambini, assolutamente inquietante e disarmante nella sua cibernetica linearità, anche a causa di un cantato riversato al contrario che la fa sembrare qualcosa di alieno.
Procedendo nell' ascolto i toni sembrano oscurirsi, infittirsi ed intorbidirsi ulteriormente con la seduta da psicodramma 'Spent'; dove sovrastate, dominate dal rumore urla selvagge di dolore non riescono a liberarsi; poi finalmente il brano parte ed esplode in danza moderna.'Read and burn' e 'You can't leave now' hanno inizi simili e sviluppi differenti, dove la prima risulta completamente alienata (e alienante), disumanizzata, la seconda riesce ad aprire squarci 'melodici' di speranza al di sopra del consueto tappeto rumoroso. Ancora l'efebica 'Half eaten' che si nutre di dementi beat disco-pop contaminati da spasmi e convulsioni industrial per divenire altra materia di disagio in cui la coscienza si estranea da se' stessa, ponendosi come oggetto diverso. Infine la lenta discesa agli inferi di 99.9 (66.6 forse?), oppressiva e opprimente, chitarre liquide, un basso ipnotico, suoni e rumori da un luogo non ben definito, un inferno tecnologico. E una lontana catatonica voce che ci richiama a sè, che si avvicina inesorabile per condurci alla fine dei giochi e riempendosi d'angoscia si fa grido, urlo primordiale. Scoppio d'ira dello stato d'ansia, di inquietudine esistenziale, di nevrosi; sentimento di impotenza dell'uomo dei 2000. Il Primigenio senso di privazione, distruzione e sconfitta che riemerge in tutta la sua spaventosa devastante intensità, profondità; e l' uomo annichilito, consapevole della sua finitezza rimane aperto a possibilità indeterminate che scavano nell' incoscio dubbi e timori atavici, la paura del dopo, della fine. Ultime dolorose grida animali prima dell'avvento dell'uomo-cibernetico, l'automa che ne sta prendendo il posto, dove già si intravvedono pallide figure aggirarsi impassibili ed apatiche senza cuore.
Un senso futuristico di velocità per rivoluzioni a venire. Come Cronenberg o i Kraftwerk l'uomo si congiunge lungo autostrade di silicio o attraverso cordoni ombelicali artificiali in modo inscindibile alla macchina (the man-machine), si fonde orgiasticamente all'eterea materia elettronica producendo ibridi (cyber-punk?), si salda con filo metallico (Wire) al tessuto connettivo di una lucida entità inanimata e indifferente. E così facendo si stacca definitivamente e storicamente da quel principio costitutivo naturale che ha stabilito fino ad oggi l'ordine e le leggi del complesso delle cose e degli esseri dell'universo, per mutare in un qualcosa di nuovo, indefinibile e minaccioso.
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  maggio 2004
 
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