| |
recensione recensione discografia review recensione
biografia recensioni recensione articolo monografia buy order online |
oggetto: recensione |
| |
 |
THE WORKHOUSE recensione
WORKHOUSE recensione
The End Of The Pier |
label: Bearos
(2003)
formato: CD
genere: Post-Rock
riferimenti: Bark Psychosis, Mogwai
links: http://www.the-workhouse.net/
voto: 8 |
Scarsissime le notizie su questo
giovane quartetto proveniente da Oxford e ( ahimè )
non distribuito qui in Italia (ma chi cerca trova ). Se però
le vostre ricerche saranno fruttuose, allora godrete di circa
70 minuti di preziosa arte sonora libera e visionaria.
I motori si avviano al suono rarefatto di "Steelworks,
sea and sky", sorta di ballata minimalista avvolta nei
fumi elettrici. Diradate le atmosfere dell'opening track tocca
a "Peacon" abbagliarci di luci crepuscolari e struggente
intensità ( come se i Mogwai trovassero la pace interiore
).
La materia psichedelica viene lavorata in modo da dilatarne
gli spazi per mano degli strumenti, ora indolenti nel ricamare
fraseggi chitarristici ed altre contundenti nel secernere
fulgido feedback. Proseguendo l'ascolto ci si imbatte in "Ice
Cream Van" in cui schemi classicamente post-rock si sviluppano
su scansioni temporali progressive.
Romanticismo ed impellenza elettrica vivono in simbiosi in
"John Noakes", sospesa magistralmente tra melodia
e rumore bianco e "Stoichkov" ( proprio lui, il
geniale calciatore bulgaro ). Tornano miraboli interferenze
elettriche nell'introduzione della serafica "Paper Plane",
screziata da colorate trame chitarristiche impregnate d'argento.
La qualità assoluta di questi pezzi non mi fà
gridare al miracolo ma mi porta a fare una semplice riflessione:
la qualità è ricerca tanto per il musicista
quanto per l'ascoltatore e noi ( che ci emozioniamo ancora
nello scovare piccoli tesori nascosti ) siamo ben lieti di
doverne pagare il prezzo in termini di fruibilità (reperibilità)
se questo è lo scotto da patire per quello che è
un fine che definirei quasi archeologico o comunque di recupero
di dischi dispersi in giro per il mondo dell'alternative.
Un brano come "Vienetta" ( l'ho ascoltata sino a
tre volte consecutive! ) fuga ogni ulteriore eventuale dubbio
sul potere destabilizzante posseduto dalle sonorità
elaborate da The Workhouse, dedite a sobillare e tramare per
poi pugnalare sull'onda di masse elettriche assassine e salvifiche,
giusto il tipo di delitto che si penserebbe attribuire a gente
musicalmente navigata e non certo a degli esordienti sconosciuti.
Speriamo tornino sul luogo del delitto... |
|
|
 |
© UNMUTE.net - tutto
il materiale presente in questo sito è soggetto alle leggi
internazionali di copyright.
Qualsiasi uso dovrà essere preventivamente autorizzato
dalla redazione del sito e dagli autori dei singoli contenuti. |
|