Avventurarsi all’ ascolto del nuovo disco degli Zu, è sempre una sensazione che provoca un piacevole fastidio. Fastidioso perché all’inizio si faticherà a trovare un filo logico alle loro complicate tessiture sonore, con i loro giochi di tempi interrotti, riempiti di un vuoto che viene immediatamente colmato dal loro magma sonoro denso e massiccio come mai in precedenza. Poco alla volta tutto apparirà più chiaro e ci si lascerà catturare dalla circolarità di pezzi come “Tom Araya Is Our Elvis”, o dai momenti di sospensione che si creano in “Shape Shifting”, pronta a creare una tensione che viene sfogata nelle successive “Things Fall Apart” e “The Witch Herbalist Of The Remote Town”, dove affiora un accenno di melodia,subito fatta prigioniera dall’ impulsiva visceralità del quartetto.
L’innesto del violoncello di Fred Lonberg, che già aveva fatto la sua comparsa in alcune tracce all’epoca di “Igneo”,svolge la propria opera in maniera impareggiabile, andandosi ad incastrare perfettamente negli ingranaggi più che rodati del sax, basso e batteria. Magistrale come la sua presenza venga fuori con misurata attenzione nell’incedere lento e nervoso di “The Aftermath” , che funge da spartiacque tra la prima e la seconda parte di questo ep. Qui c’è meno voglia di lasciarsi andare ad improvvisazioni, e più voglia di appoggiarsi su schemi già consolidati, sui quali intrecciare costruzioni sonore tanto ammalianti quanto sfuggenti, come in “Farewell To The Species”.
Nonostante siano una solida realtà già da parecchi anni, gli Zu continuano a tracciare la rotta di una musica libera e senza coordinate, ma genuina e compatta, segno questo dell’inalterata freschezza creativa del gruppo.
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